Roberto Pereyra e la sua storia. L’argentino l’ha raccontata a Cronache di spogliatoio. Ecco alcuni estratti in merito alla sua avventura all’Udinese: “Dopo il baratro con il River Plate, Pereyra lascia l’Argentina e arriva in Italia, a soli 20 anni. Lo vuole l’Udinese: «Ci sono stati subito dei problemi col contratto: qualcosa non tornava. Sono stato 2-3 giorni in albergo. Poi mi hanno detto: ‘Forse devi tornare a Buenos Aires’. E io: ‘E ora che ca*zo faccio?’. Ma loro: ‘O firmi così, o niente’. Non volevo altro: ‘Io sono qui per giocare a calcio. Risolviamo tutto: voglio rimanere’».
Nonostante le immediate difficoltà, Tucu è convinto. La Serie A è un’occasione troppo importante per ripensarci: «È stata lunga, però non volevo tornare indietro. A Udine ho dato tutto me stesso: sono stato giorni interi lì fra allenamenti, riunioni, ritiri mettendo in secondo piano la famiglia, ma rimarranno per sempre nel mio cuore». Fra alti e bassi, dal 2011 al 2014 prima, e dal 2020 al 2024 poi. Tucu ha lasciato il segno a Udine.
Ma è stato tutt’altro che in discesa. Al suo arrivo, in panchina c’è Francesco Guidolin, un allenatore di altri tempi: «Una volta a cena ho detto a Guidolin: ‘Ti avrei voluto picchiare per come mi hai trattato i primi 6 mesi all’Udinese’. Siamo scoppiati a ridere. Lui era un tipo nervoso, urlava sempre in allenamento. Io mi dicevo: ‘Ma che sta facendo questo signore?’».
Roberto soffre il salto: «I primi tempi a Udine è stato complicato: là alle 20 avevano già cenato, io per quello’ora uscivo per fare spesa… e trovavo tutto chiuso. Poi non capivo la lingua, gli allenamenti erano diversi. Tutta roba nuova: tattica, alimentazione. Sono stato davvero male».
Nei primi 6 mesi è stato un oggetto misterioso: «Guidolin è stato un maestro, ma all’inizio non mi faceva giocare. Tornavo a casa urlando: ‘Me ne vado, non gioco e non capisco perché’. Ho sopportato ritiri, viaggi, doppi allenamenti. Mi dicevano: ‘Pereyra devi migliorare qua e là’. E io dovevo andarci. Facevo tutto, poi arrivava il giorno della partita e il mister diceva: ‘Questa è la formazione, in panchina ci vanno loro e in tribuna questi 3’. Fra i 3 c’ero sempre io».
In quel Natale è cambiato poi tutto: «Mi sono detto: ‘è il mio momento. Torno a casa una settimana e poi torno’. Lì sono rinato. È cambiato qualcosa dentro di me. Dallo stare in panchina senza giocare per tante partite di fila fino ad essere titolare per 2 anni. Da quel momento Guidolin non mi ha più tolto dal campo. ho giocato in tutti i ruoli del centrocampo. Alla fine devo ringraziarlo».
L’Udinese di Di Natale, Muriel, Bruno Fernandes
Quella era un’altra Udinese, piena di talento, qualità e garanzie. Come Di Natale, Benatia o Handanovič, ma anche Muriel e Bruno Fernandes. A prendersi la scena, però, come sempre era Totò: «Non era normale. Si allenava due volte a settimana: faceva la rifinitura, si presentava alla partita e ti faceva vincere. Quando si allenava, prendeva uno dei portieri delle giovanili e iniziava a calciare: punizioni, rigori, tiri. Tutti gol. Io lo guardavo e rimanevo a bocca aperta. Provavo pure ad imitarlo, ma niente. È stato il più forte con cui ho condiviso lo spogliatoio in quel periodo».
Di Natale non è stato l’unico compagno a stupire il Tucu: «A me piaceva tantissimo anche Muriel, magari non segnava tanto, ma aveva un talento incredibile. Poi c’erano Benatia, Handanovič, Zieliński: era un’Udinese forte. E poi Bruno Fernandes: ai tempi non era titolare, ma poi si è trasformato. Si vedeva già la sua qualità, il talento… e la personalità soprattutto!».
La prima esperienza a Udine dura 3 anni: dal 2011 al 2014. Poi cambia: Juventus e Watford. Torna a giocare nell’Udinese nel 2020. Anche lì aveva ritrovato tante sue vecchie conoscenze: «Al mio arrivo c’erano Okaka, che avevo conosciuto al Watford, e De Paul. Poi è arrivato anche Deulofeu. Quando mi hanno detto che l’Udinese mi voleva di nuovo, ho accettato senza pensarci: con loro potevo tornare a divertirmi».