Il mercato estivo è, per definizione, il terreno dove le ambizioni si scontrano con la realtà dei bilanci. In casa Udinese, il caso Nicolò Zaniolo sta diventando il paradigma perfetto di questa dinamica. Da una parte un giocatore dal talento indiscusso, capace di accendere la luce con una giocata, dall’altra, una società che ha fatto della sostenibilità e dell’equilibrio interno il suo marchio di fabbrica.
Non è in discussione la cifra tecnica del 27.enne nato a Massa. Quando è in condizione e mentalmente coinvolto, il ragazzo possiede quella fisicità e quella qualità tecnica che giustificano le aspettative di chiunque. È un giocatore in grado di spostare gli equilibri, e il mister lo sa bene, uno di quelli che, a posto fisicamente, potrebbe alzare l’asticella di qualsiasi progetto ambizioso. Tuttavia, il calcio moderno ci insegna che il talento puro oltre alla condizione atletica costituiscono pre-condizioni, peraltro non ancora sufficienti, per il successo.
Nelle ultime settimane, il percorso è stato tortuoso: il desiderio di cercare nuovi stimoli, il presunto accordo al rialzo con il club friulano per blindare il rapporto e, infine, il ritorno di quei tentennamenti ed incertezze che lasciano l’ambiente in uno sorta di limbo, guida tecnica in primis. In società sanno bene che una situazione simile, a lungo andare, può logorare.
L’Udinese ha costruito la sua storia sportiva su un modello virtuoso: scouting d’eccellenza, gestione oculata e, soprattutto, una coesione interna che non ammette eccessive disparità. In una realtà come quella friulana, il tetto ingaggi non è solo una voce di bilancio, ma un pilastro culturale, un cardine inalienabile quasi mai derogabile (in passato a nostra memoria solo per Zico – altra gestione – o Di Natale si fecero delle giustificate forzature)
Accedere a richieste economiche fuori scala per “trattenere” giocoforza un giocatore che non manifesti entusiasmo (Davis in tal senso manifesta l’esatto contrapposto) appare quale rischio in grado di minare il delicato equilibrio dello spogliatoio. I “matrimoni forzati” nel calcio raramente producono frutti: quando manca la totale condivisione del progetto – da non escludere che il giocatore ambisca a mire di squadra superiori – anche il fuoriclasse più titolato rischia di diventare un peso, una nota stonata in un’orchestra che cerca l’armonia anziché il solismo esasperato.
La domanda che la piazza e la società devono porsi non è tanto come tenere Zaniolo, ma se valga la pena sacrificare la serenità dello spogliatoio e l’equilibrio dei conti per un calciatore che, nei fatti, non sembra totalmente calatosi nella realtà in cui dovrebbe esprimere il proprio talento.
L’Udinese ha sempre dimostrato di saper valorizzare chi dimostri voglia di lottare per la maglia – peraltro la stagione passata per stessa ammissione del giocatore ha significato molto nella rinascita professionale – trasformando spesso atleti semi-sconosciuti o in fase involutiva, in protagonisti assoluti. La storia del club insegna che nessun giocatore è più grande della maglia che indossa.
Zaniolo può essere un valore aggiunto enorme, certo, ma se il prezzo da pagare – in termini di umore collettivo e sostenibilità – costituisce un malessere strisciante, allora è lecito guardare oltre, visto che gli estimatori non mancano, da Spalletti che lo convocò in nazionale per arrivare ad Allegri che lo consiglió alla vecchia società, e che potrebbe altresì accoglierlo a braccia aperte anche nel nuovo club, guarda caso capitanato da uno dei più fedeli clienti della famiglia.
Il talento è prezioso, forse il valore più ricercato, ma la compattezza di un gruppo da sempre è il vero motore di una stagione. Se Zaniolo si dimostrerà pronto a sposare il progetto con dedizione totale, ben venga, i tifosi continuerebbero a sostenerlo come fosse il primo giorno; ma se le “bizze” dovessero divenire una costante, specie a stagione avviata, beh allora sarebbe meglio voltare pagina sin d’ora.
Per l’Udinese, con o senza Zaniolo, la priorità resta quella di costruire un’organico che giochi per il club, per i tifosi, ancor prima che per se stessa.
AM