A Marassi va in scena una sfida dai contorni sottili ma significativi: da un lato la necessità impellente del Genoa di blindare una salvezza tutt’altro che scontata, dall’altro l’Udinese chiamata a dare senso e profondità ad una classifica che, pur rassicurante, non può bastare a se stessa.
Daniele De Rossi sta firmando in rossoblù qualcosa che somiglia a un mezzo miracolo sportivo: in appena quattro mesi ha saputo costruire un’identità riconoscibile, compatta, fondata su equilibrio e pragmatismo. Un lavoro che ha restituito dignità e prospettiva a una squadra che sembrava smarrita. Sul fronte opposto, Kosta Runjaic continua invece a inseguire quella continuità mai davvero afferrata, tra prestazioni altalenanti e un rendimento che non riflette appieno il potenziale della rosa.
In casa friulana, però, resta viva la convinzione di poter ambire a qualcosa di più della simbolica quota 40, tradizionale spartiacque della tranquillità.
Per trasformare questa ambizione in realtà serviranno prove solide, non solo sul piano tecnico, ma anche su quello temperamentale. È lì che si costruisce una mentalità, ovvero nella capacità di dare seguito alle intenzioni, di rendere credibile il salto di qualità, gettando le basi per un futuro non soltanto sereno, ma finalmente all’altezza delle aspettative, in questa stagione prefigurate nell’ottenimento iconico dei 50 punti finali.
Resta poi sullo sfondo, anche un conto sportivo ancora aperto: quel 1-2 maturato al Bluenergy Arena nel giorno dell’Immacolata, deciso nel finale dalla zampata dell’uomo mercato Norton-Cuffy. Una marcatura dal retrogusto beffardo per i colori bianconeri, ma al tempo stesso emblematica del percorso intrapreso dal tecnico romano dal suo arrivo in Liguria: concretezza, incisività nei momenti chiave e la capacità di incidere con personalità, anche attraverso interpreti nuovi, subito calati in un contesto tattico chiaro e riconoscibile. Ne è esempio illuminante il centravanti Colombo, passato dall’anonimato della gestione Vieira al protagonismo attuale con 6 centri totali.
Al Ferraris il Genoa solitamente spinge forte, sospinto da un mood tornato a essere fattore. L’Udinese, invece, in trasferta pare smarrirsi: cinque ko nelle ultime otto uscite rappresentano più di un segnale, ai limiti di una condanna che si ripropone inesorabilmente.
Un altro passo falso sul Golfo non peserebbe solo in termini di classifica con conseguente aggancio, ma sancirebbe un ridimensionamento netto, spingendo il gruppo di Runjaic, che in ottica gara recupera il solido Solet, verso quella metà destra di classifica che sa tanto di anonimato più che di transizione. A quel punto, con ambizioni divenute per lo più eteree, non rimarrebbero che alibi già vissuti, situazioni dai contorni elegiaci.
Parte la sfida e il copione è quello già visto troppe volte: ritmi plafonati, intensità a singhiozzo, un’inerzia che sa di resa preventiva. È il calcio italiano nella sua versione più indigesta, quella che costringe a interrogarsi – invano, da anni – sulle cause di un declino tecnico e mentale sempre più evidente. Altrove, oltreconfine, il football corre, aggredisce, osa. Qui si sopravvive.
In questo contesto, i padroni di casa hanno almeno il merito di provarci, di mettere in campo una motivazione che i bianconeri smarriscono fin dal primo pallone. I nostri scivolano in una prova delle peggiori frazioni, tanto che definire opaca è un eufemismo: Atta impalpabile, leggero come un fuscello; Zaniolo nervoso, scollegato, mai realmente incisivo; Davis costretto a retrocedere fino alla linea difensiva pur di intercettare un pallone giocabile. Un’immagine che vale più di qualsiasi analisi. E dire che i segnali non mancavano: contro la Juve l’Udinese non aveva brillato, ma quanto visto nei primi 45 minuti contro il Genoa sfiora l’inaccettabile.
La squadra di De Rossi, invece, trova linfa e idee nelle geometrie di Frendrup e nei piedi educati di Malinovski; l’ucraino illumina e sfiora due volte il “colpo” della giornata. Prima con un piazzato velenoso che si stampa sul legno con traiettoria imprendibile su cui Okoye può solo osservare; poi inventando per Colombo, che raccoglie il suggerimento e scarica una conclusione diagonale potente appena respinta dal portiere abile nel deviare sul legno alto. È lui, senza discussioni, il migliore in campo nella prima frazione, faro in una partita che per il resto, resta avvolta nella penombra preoccupante.
Alla ripresa, il primo segnale arriva dalla panchina: fuori Atta, evanescente fino a confondersi con l’aria, dentro Piotrowski, chiamato a restituire peso specifico a un centrocampo che fin lì aveva galleggiato senza costrutto né idee.
Pochi minuti e la partita offre uno di quegli episodi che raccontano molto del nostro calcio: decisione frettolosa del direttore di gara, corretta solo dall’intervento del VAR che cancella un penalty inizialmente assegnato al Grifone. Tecnologia come stampella, più che alleata, di un arbitraggio sempre più incerto. È però nel momento di maggiore appannamento dei padroni di casa che la squadra bianconera in versione giallo-oro, fino a quel punto anestetizzata in ogni reparto, prova finalmente a riemergere. Prima con Zaniolo, lanciato a campo aperto e incredibilmente recuperato dalla tenacia e dalla rapidità del minuto Baldanzi; poi, proprio con Nicolò, che poco dopo l’ora di gioco trova una giocata degna del suo repertorio, disegnando un cross preciso per l’inserimento acrobatico di Ekkelenkamp, fino a quel momento il più lucido tra i suoi. Un sussulto, più che una svolta. Tuttavia in una gara così povera di contenuti, anche un semplice cambio di ritmo finisce per sembrare un atto rivoluzionario.
Il gol cambia di fatto l’inerzia e, soprattutto, le certezze. Gli uomini di Runjaic trovano improvvisamente compattezza e fiducia, mentre sul versante genoano cala un’ombra inattesa: proprio loro, fino a quel momento dimostratisi padroni nelle seconde palle nonché capaci di indirizzare verso la porta difesa da Okoye, una quindicina di conclusioni, si smarriscono nella fase cruciale del match.
Le trame rossoblù si fanno via via più estemporanee, quasi affidate al caso più che a un disegno, mentre i friulani – fino ad allora timidi, se non a tratti rinunciatari – iniziano a intravedere spazi invitanti nelle ripartenze. È lì che la partita cambia davvero volto: meno controllo, più campo, e una sensazione crescente che l’epilogo sia ormai segnato.
Resta, semmai, il rimpianto di non aver chiuso prima i conti, di non aver esercitato quel cinismo che separa le squadre solide da quelle ancora in cerca di maturità. Un ritardo che si trascina fino al 96’, quando a mettere il sigillo definitivo arriva una giocata che squarcia la mediocrità vissuta per almeno un ora di gioco; progressione imperiosa di Keinan Davis, che con azione dirompente partendo da centrocampo, chiude con l’autorità di chi, per una volta, decide di non lasciare spazio a repliche. É lui “the man of the match”, con menzione particolare ad Ekke.
La partita di Marassi consegna un verdetto tanto chiaro quanto contraddittorio: la squadra di Runjaic può essere tutto e il contrario di tutto. Un’ora abbondante da dimenticare, quasi irritante per inconsistenza e atteggiamento, seguita da un segmento finale in cui é fortunatamente emersa una superiorità tecnico-tattica che lascia peraltro più di un interrogativo.
È proprio questa doppia faccia a rendere complicata ogni valutazione compiuta. Perché un gruppo capace di alternare apatia e dominio nello spazio della stessa gara non offre appigli solidi: non legittima ambizioni europee, ma al tempo stesso sembra avere mezzi più che sufficienti per navigare lontano dalla zona calda.
Resta allora il dubbio, sottile ma inevitabile: è una questione di maturità, di identità ancora incompiuta, oppure di motivazioni che non attecchiscono fino in fondo in una piazza che pure sa essere sportivamente esigente? Interrogativi destinati, per ora, a restare sospesi.
Il campo, come sempre, sarà giudice ultimo e supremo.
Nel frattempo, meglio rifugiarsi in un adagio tanto antico quanto pragmatico: chi s’accontenta gode.
AM