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Un pari di qualità, atteggiamento pagante

Indicazioni incoraggianti dai giovani, ma serve una punta
Redazione

Si riparte tra le mura amiche per un incrocio che più accattivante non potrebbe essere.

L’Udinese inaugura il campionato davanti ai propri tifosi contro un Como che non si limita ad essere soltanto una delle belle realtà emerse negli ultimi anni. I lariani di Cesc Fàbregas infatti, si presentano ai nastri di partenza con l’ambizione e il prestigio dati dal traguardo della Champions League, obiettivo storico conquistato al termine della scorsa stagione. 

Il Como è un club ricco, che vuole continuare a crescere, con Fàbregas sempre più designato al ruolo di maestro di un progetto tecnico che fa della qualità, del possesso palla e dell’idea di calcio manovrato la propria cifra distintiva. E il mercato racconta perfettamente questa ambizione. L’ultimo grande pensiero porta al centravanti della nazionale Moise Kean: il Como lo ha messo nel mirino per dare ulteriore peso al proprio attacco in vista del triplo impegno fra campionato, Coppa Italia e Champions. I contatti con l’entourage del centravanti ci sono stati, mentre la Fiorentina resta intenzionata a trattenerlo, salvo offerte che superino abbondantemente i 35 milioni inizialmente proposti, bonus inclusi.

Passando al campo, però, c’è un’Udinese che non intende essere pura spettatrice. I friulani hanno scelto di blindare i propri gioielli e di dare continuità a un progetto che guarda soprattutto alla crescita. Zaniolo riscattato dal Galatasaray ha rinnovato fino al 2029; Matteo Palma, uno dei prodotti più interessanti del vivaio bianconero, ha prolungato addirittura fino al 2031. Sono segnali chiari: l’Udinese non vuole soltanto valorizzare talenti, vuole anche trattenerli e costruire attorno a loro un’idea di calcio, nonostante allettanti offerte provenienti dal mercato oramai entrato nelle fasi finali.

E allora, al di là delle cifre e delle voci di mercato, ci si potrebbe porre un’interessante quesito: qual’è la reale distanza fra un gruppo che sogna traguardi in Champions e un club che, da anni, conosce perfettamente l’arte di scoprire, crescere e rilanciare calciatori?

La risposta arriva ineludibilmente dal campo, dai 95’ di gioco, perché Udinese-Como non si propone di essere soltanto una prima giornata, ma un succoso confronto fra due progetti ambiziosi, due idee diverse di crescita tra club che ambiscono a divenire protagonisti d’annata. 

Il Como vuole dimostrare di essere pronto anche quando non si accendono i riflettori delle notti europee, i bianconeri vogliono invece dimostrare che il proprio progetto capitanato da Mr. Runjaic può proseguire attraverso un trend in crescita, nonostante il tentativo per ora fallito, di dare al tecnico un rinforzo là davanti – Jovan Milosevic (2005) dallo Strasburgo non é arrivato – in considerazione della partenza per Malaga di Adam Buksa. 

E pur con tutti i distinguo del caso, con un mercato in pieno fermento, da una parte Zaniolo, Davis e i gioielli bianconeri “blindati”, dall’altra il sogno Kean come ciliegina sulla torta, i presupposti per una sfida interessante davanti ad un pubblico competente e curioso – un migliaio scarso da Como – ci sono davvero tutti.

I bianconeri si presentano con un 3421 come annunciato, ma orfano non troppo a sorpresa, del terminale offensivo Keinan Davis – precauzionalmente tenuto in tribuna causa affaticamento – e nell’occasione sostituito dal giovane Gueye. CF per contro, per la prima di tre trasferta consecutive, propone tre nuovi innesti: l’ultimo arrivo Chalobah nel cuore della difesa prelevato dal Chelsea, il brasiliano Couto proveniente dal Dortmund a destra, e Milla ex Getafe in mezzo. 

Parte la sfida e, come da copione, sono i lariani a “menar le danze”. Il Como prende subito l’iniziativa, mentre i ragazzi di Kosta appaiono concentrati, reattivi e pronti a battagliare su ogni seconda palla.

E sono proprio i friulani, però, a mostrarsi più insidiosi, soprattutto quando riescono ad affidarsi alle giocate dell’ex Vojvoda partito con il giusto piglio. Il Como fa la partita, l’Udinese punge. Gueye non è Davis, naturalmente, ma la sua corsa leggera, sgusciante, quasi da quattrocentista, crea più di un grattacapo alla retroguardia lariana. Dall’altra parte Solet gravita nei pressi del temuto Paz: una scelta tattica che, almeno in avvio, sembra pagare.

Poco prima della mezz’ora arriva la sorpresa, ma solo fino a un certo punto, considerando quanto si era visto sino ad allora sul terreno di gioco. La manovra nasce da una respinta della difesa ben gestita da Gueye, che girandosi con grande disinvoltura trova Ekkelenkamp. L’olandese legge immediatamente la situazione e, senza esitazioni, imbuca sulla verticale per il lanciatissimo Kamara, scattato alle spalle di un Couto fin lì più propenso a spingere che a presidiare.

L’ivoriano è impeccabile: corsa elegante, controllo della profondità e freddezza assoluta al momento di scegliere la soluzione. Davanti a Butez, uscitogli incontro, Kamara non trema superando con uno scavetto magistrale l’estremo comasco. L’Udinese trova così il vantaggio con un’azione costruita con lucidità e finalizzata con classe. Bene la gestione, ottimi i due giovanotti Palma e Abankwah guidati dalla sapienza del “veterano” Solet. Qualche disattenzione sui lanci straordinari del 31.enne portiere di Lilla, il quale con i piedi potrebbe dar la paga a molti colleghi che vagano per il campo.

Alla ripresa, che spesso rappresenta il punto debole delle squadre di mister Runjaic, l’Udinese riparte con una buona occasione per Gueye. Poi arriva l’episodio fatale. Dispiace in verità che nasca da un calcio d’angolo, situazione sulla quale una difesa come quella bianconera dovrebbe essere particolarmente preparata. Forse l’uscita di Palma – per un problema che dovrà essere valutato – in luogo del positivo Ebosse, priva i bianconeri di quei centimetri necessari per fronteggiare cross insidiosi, come quelli magistralmente orchestrati dai palleggiatori di Fabregas.

Chalobah e Ramon, del resto, hanno la struttura fisica dei marcantoni bianconeri. Sul colpo di testa dell’ex Chelsea, bravo ad anticipare Solet, Okoye compie la seconda grande parata della serata  – la prima era arrivata nel primo tempo, ancora su un’incornata di Douvikas – ma stavolta non basta. La respinta finisce sui piedi dello stesso greco e il successivo tap-in vale il pareggio. Ekkelenkamp, appostato sulla linea di porta, tenta il disperato salvataggio, ma non riesce nel miracolo.

L’Udinese, dopo aver speso moltissimo in un primo tempo giocato a ritmi elevati, concede campo agli avversari. E il Como lo prende volentieri. Palla a terra, combinazioni rapide, giocate sui piedi per costruire l’avvicinamento alla porta, mentalità da grande squadra. L’ingresso di Diao si rivela particolarmente efficace, tanto da costringere Abankwah – ottima, ancora una volta, la maturità mostrata dal giovane bianconero – agli straordinari.

Qualche minuto più tardi è Zaniolo ad avere la chance per riportare avanti l’Udinese, ma il pallonetto è debole e poco convinto. Il vero miracolo, però, Lo compie ancora Okoye, il quale con un intervento di straordinaria reattività nega a Douvikas, sempre insidioso, la rete del possibile vantaggio.

La sfida procede ormai a continui cambi di fronte, con le squadre allungate dalla fatica con spazi che inevitabilmente si dilatano. Al 75’ è Zaniolo a reclamare un calcio di rigore per un intervento piuttosto evidente della difesa avversaria, sempre in ambasce contro la fisicità dello spezzino. Arena, però, non ritiene nemmeno necessario un controllo al Var, una decisione che finisce per innervosire il numero 10 bianconero e parte dei tifosi.

Nicolò va a sprazzi, manca ancora di quella continuità che lo renderebbe da nazionale, ma quando parte resta sempre difficile da arginare. 

A due minuti dal novantesimo è infatti ancora lui a confezionare una grande giocata, rifinita con un cross al bacio per Bayo. Il compagno, però, da cinque metri dalla porta, riesce nell’impresa di spedire alta attraverso una conclusione di piatto sinistro a dir poco sciagurata.

La sorte, infine, restituisce qualcosa all’Udinese. Al 94’, ancora sugli sviluppi di un corner, Ramon incorna e centra in pieno la traversa a Okoye battuto, facendo tremare lo stadio e allontanando una vittoria per gli ospiti che, per quanto visto nell’arco dei novanta minuti, sarebbe stata ingiusta.

Finisce 1-1, risultato corretto per una partita piacevole, combattuta e ricca di spunti, nella quale entrambe le squadre hanno mostrato idee e qualità nella manovra, nel rispetto di obiettivi inevitabilmente diversi.

Per Runjaić, dunque, spunti di estremo interesse. I due giovani difensori meritano grande considerazione e in virtù delle disponibilità e qualità di Ebosse, Bertola Mlacic e Kabasele, la richiesta del tecnico alla società, per evitare di ricadere sistematicamente nella sindrome di “Sisifo”, non dovrebbe essere tanto quella di sostituire il partente Kristensen, quanto di pretendere la conferma di Solet. Un elemento ormai indispensabile per gli equilibri della squadra, prezioso per la personalità e per la capacità di giostrare con efficacia in più posizioni del campo.

In mezzo al campo, buone indicazioni anche da Piotrowski, che può alternarsi con Miller: forse meno brillante sul piano del vigore atletico, l’inglese, dispone però di geometrie e qualità superiori, caratteristiche che possono offrire alla manovra bianconera soluzioni diverse e complementari.

È soprattutto nel reparto avanzato, però, che occorrerà intervenire con tempestività e senza indugi. Gueye cresce e mostra qualità interessanti, ma non può essere caricato di responsabilità eccessive. Davis resta il titolare designato, ma la sua disponibilità non è sempre garantita, per criticità ormai note. E anche Zaniolo, per rendimento e caratteristiche, ha bisogno di poter respirare senza che la squadra perda in pericolosità.

Insomma, qualche margine per intervenire dovrebbe esserci. Con le entrate derivanti dalle operazioni Lucca, Atta, Kristensen e Camara, qualcosa sul fronte offensivo si può e si deve fare. Perché la qualità della rosa c’è, le indicazioni di Runjaić sono incoraggianti, ma per evitare di vanificare il lavoro fatto e ottenere l’auspicato step, serve completare l’organico proprio là davanti, dove oggi i margini di errore sono più sottili.

AM

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