A Udine quella con il Parma non è una partita qualsiasi, sa piuttosto di crocevia mascherato da routine di calendario. In palio, per i bianconeri, c’è la soglia simbolica dei 50 punti, cifra che sa di svolta, ovvero di miglior raccolto dell’ultimo decennio, ma soprattutto si auspica di legittimazione progettuale. Dall’altra parte, i ducali inseguono una salvezza che, se centrata in anticipo, avrebbe il sapore della programmazione riuscita più che della semplice sopravvivenza.
Kosta Runjaic arriva all’appuntamento con il vento in poppa ma senza il suo terminale più fragile e ingombrante al tempo stesso: Keinan Davis, “panzer di cristallo” fermato ancora una volta dai muscoli. Un’assenza che pesa meno, però, se si guarda all’inerzia emotiva generata dal colpo di San Siro, di quelli che spostano percezioni prima ancora che classifiche.
La narrazione, come spesso accade, si concentra su due tecnici che galleggiano in quella zona grigia tra stima e scetticismo. Sottovalutati, dicono alcuni, non ancora definitivi, suggeriscono i fatti. Per entrambi, il tema è identico: trasformare un buon percorso in qualcosa di riconoscibile, quasi inevitabile. Perché il vero nodo, per club con ambizioni misurate ma lucidità riconosciuta, è uno soltanto: investire davvero per aprire un ciclo o monetizzare subito, sacrificando qualche pedina pesante?
Sul piano tattico, l’Udinese prova a reinventarsi; Nicolò Zaniolo avanzato, riferimento mobile in un 3-4-2-1 che vive di scambi e inserimenti. Non un centravanti classico, ma una “boa dinamica” chiamata a legare il gioco e liberare gli spazi per Atta ed Ekkelenkamp, incursori e rifinitori al contempo. Un sistema fluido, che chiede alla mediana tempi di gioco perfetti e letture coraggiose.
Il Parma risponde con il ritorno di Mateo Pellegrino, profilo antico nella sostanza: centravanti fisico, diretto, quasi fuori dal tempo — alla “El Pampa” Sosa, per intenderci. Un riferimento che cambia la grammatica offensiva: meno palleggio, più verticalità, tanto gioco aereo, in sostanza più area da occupare che da costruire.
In mezzo, una partita sui generis, che dirà meno del risultato e forse più delle intenzioni, perché i punti servono maledettamente a fare classifica – alla fine sempre sovrana – ma a volte a misurare proprio il coraggio.
Primo tempo da sbadigli, più che da applausi. Una frazione di gioco che ha offerto ben poco agli occhi degli spettatori: zero tiri nello specchio da entrambe le parti, dato che racconta più di qualsiasi analisi sulla povertà dello spettacolo visto fin qui.
L’assenza di Davis pesa, eccome se pesa, ma sarebbe ingeneroso non riconoscere i meriti degli ospiti, ordinati e disciplinati in fase difensiva. Il leggero predominio nel possesso palla da parte degli uomini di Runjaic resta sterile, incapace di tradursi in occasioni concrete: gli expected goals, infatti, restano inchiodati su valori minimi per entrambe.
Serve una scossa, serve soprattutto più coraggio. Perché i giocatori per cambiare ritmo alla gara ci sono, ma finora sono rimasti nell’ombra. La speranza è che la ripresa racconti tutt’altra storia.
L’Udinese rientra dagli spogliatoi e ricade puntualmente nel suo difetto più cronico: ritmi bassi, prevedibilità, poca cattiveria. Bastano pochi minuti agli ospiti per approfittarne. L’imbucata premia il neoentrato Elphege, lasciato colpevolmente libero di “uccellare” la difesa bianconera: controllo, girata e Okoye battuto senza responsabilità.
Da lì in avanti è quasi un monologo friulano, ma assolutamente sterile. Gueye stampa sulla traversa l’occasione migliore, Zaniolo spreca sulla ribattuta, e il resto è un possesso che non graffia. La retroguardia ducale, organizzata con ordine da Cuesta, non perde mai le distanze e concede il minimo indispensabile. Innumerevoli quanto prevedibili i traversoni catturati dal lungo Suzuki.
Finisce con un successo di misura per gli ospiti, cinici e solidi – un tiro in porta un gol – esattamente come si erano già fatti conoscere nel corso della stagione. Una squadra difficile da “bucare”, che oggi può celebrare una salvezza ampiamente meritata.
Guardando ai nostri colori, è il momento di distinguere con lucidità ciò che funziona da ciò che resta incompiuto, in vista di una stagione, quella futura, che dovrà necessariamente essere meno altalenante se si vuole veramente inseguire un sogno chiamato Europa.
Dietro, Kabasele continua a dare la sensazione di incidere più in area avversaria che nella propria: generoso, ma non sempre irreprensibile, qualcosa concede con troppa facilità. Se Solet, come pare, è destinato a Milano, servirà intervenire, almeno finché Mlacic e Palma – molto apprezzato dal tecnico – non offriranno garanzie più solide. Bertola per noi é già una certezza!
In mezzo, Atta è chiamato al salto di qualità: i mezzi ci sono tutti, ora serve continuità per trasformarlo in un fattore vero, partita dopo partita. Miller non può che crescere sino a divenire inamovibile. Sugli esterni, con il rientro di Zanoli, Arizala a sinistra sembra avere credenziali autorevoli per ottenere una maglia da titolare. La fiducia non può mancare.
Davanti si concentra tuttavia il nodo principale. In attesa della crescita di Gueye e della permanenza – tutt’altro che scontata – di Zaniolo, manca in maniera evidente più di “qualcosa”. Davis resta un punto fermo, un perno su cui impostare la fase offensiva, ma la sua fragilità fisica impone una riflessione: serve un’alternativa con caratteristiche simili. E soprattutto, il “10” non può essere il riferimento più avanzato degli 11. Per dirla tutta, si renderebbe necessario anche un profilo rapido, da area di rigore, con istinto e cattiveria sotto porta; un elemento del genere poteva rispondere alle caratteristiche di Iker Bravo, chissà se destinato o meno al rientro.
Insomma, i 50 punti stagionali non sono un obiettivo perso, persino la parte sinistra di classifica non é così lontana. Ma il gruppo, ci crede davvero?
AM