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Salvezza ok, ma alla stregua del minimo sindacale; cosa attenderci allora d’ora in avanti ?

Club già proiettato al ‘26-27, tuttavia potrebbe “Kosta-re” molto, un elettroencefalogramma piatto
Redazione

Mentre l’Italia del calcio raggiunge con qualche patema la finale play-off per riguadagnarsi la partecipazione al mondiale, il torneo nazionale raggiunge le 30 giornate, con bottino bianconero che si tara a 39 punti. La classifica dell’Udinese non racconta un disastro, ma nemmeno una stagione lineare: è piuttosto il ritratto di una squadra sospesa, da analizzare con cura. La formazione guidata da Kosta Runjaic galleggia infatti in una zona grigia, una “terra di nessuno” in cui non si intravedono né i rischi dell’abisso né le prospettive di gloria.

Il cammino è stato fin qui un continuo alternarsi di alti e bassi, privo di una chiara identità tattica e, soprattutto, segnato da una sensazione diffusa di ambizione incompiuta. Un anno fa, con un organico sulla carta meno competitivo, i bianconeri avevano raccolto addirittura un punto in più: 40. Allora brillavano le giocate di Florian Thauvin, un Lorenzo Lucca incisivo sotto porta pur in un contesto isolato, mentre innesti come Solet e Atta avrebbero inciso giocoforza solo nella seconda parte di stagione.

Oggi il quadro è diverso, almeno nelle premesse. Runjaic può contare su elementi come Nicolò Zaniolo, Bertola, Miller, oltre al contributo – fino all’infortunio almeno – di Zanoli. A questi si aggiungono il tuttocampista Jurgen Ekkelenkamp sempre più integrato e un Kristensen in evidente crescita. Un patrimonio tecnico che suggerirebbe prospettive più ambiziose, ma che nei fatti si traduce in un rendimento troppo diseguale per costruire continuità.

Più che la posizione attuale, ad inquietare il club è il precedente vissuto 12 mesi fa, ovvero lo sconcertante finale della scorsa stagione. Aver raccolto appena quattro punti nelle ultime otto gare, resta una cicatrice ancora viva. La perdurante assenza di Thauvin pesò come un macigno, non si può negare, ma non appare condizione sufficiente a spiegare un crollo che dimostró soprattutto radici mentali: una squadra svuotata, priva di stimoli dopo aver messo in cassaforte anticipatamente la salvezza.

È proprio questo il nodo centrale. Senza una reale corsa all’Europa e con la zona retrocessione distante, il rischio è quello di una stasi o peggio, di un’ennesima deriva emotiva, inaccettabile per chi pratica lo sport professionistico. Più dei numeri allora, attenzione massima all’atteggiamento, perché è lì, tra motivazioni e identità, che si gioca il vero finale di stagione del gruppo.

In questo scenario, anche un obiettivo solo apparentemente simbolico può assumere un valore concreto. La soglia dei 50 punti non rappresenta in sé un traguardo nobile in termini di classifica, ma diventa un indicatore credibile di maturazione: una linea di demarcazione tra una stagione anonima ed un percorso capace di lasciare traccia. Un obiettivo minimo, certo, ma non banale,    poiché imporrebbe continuità, concentrazione e soprattutto responsabilità, appagando di fatto una tifoseria oggi “alla finestra”.

Raggiungerlo, significherebbe dare un senso compiuto ad un’annata fin qui innegabilmente irregolare, certificando una crescita non soltanto tecnica ma soprattutto mentale. Servono giocatori consapevoli di una adeguata autostima, pronti dunque a misurarsi con un auspicato e condiviso salto in avanti, evitando di identificare nel Friuli un mero punto di passaggio professionale. In altre parole, trasformare un campionato pur senza picchi clamorosi, se si eccettuano Inter, Napoli, Roma, in una base solida su cui costruire un futuro più intrigante, allora sì in proiezione continentale. Un caposaldo appunto da cui non recedere in maniera assoluta, dimostrando in tal modo di voler convintamente corroborare i recenti proclami enunciati all’insegna dell’ambizione.

Certo, qualcosa si muoverà. Qualche senatore è destinato a salutare — Solet ancor più di Nicolò Zaniolo, che resta invece candidato al riscatto — ma il rinnovamento non spaventa, anzi. Alle spalle c’è una linea verde che scalpita, una generazione di prospettiva pronta a contendersi spazio e responsabilità con i nomi più affermati.

Profili come Nunziante, Mlacic, Arizala, Palma — oggi in prestito alla Sampdoria — e lo stesso Simone Pafundi, atteso al definitivo salto di qualità lontano dal Friuli, disegnano un futuro intrigante. Senza dimenticare Miller, Atta e i giovanissimi Camara e Gueye: un serbatoio di talento che, se coltivato con coerenza, può diventare la base di un progetto ambizioso.

Gli ingredienti per una stagione 2026-27 ad alto profilo, insomma, non mancano. Ma il talento, da solo, non basta: serve dimostrare al club ed alla tifoseria, che mentalità e fame sono parte integrante del percorso di crescita.

E allora, quale banco di prova migliore dell’immediato? La sfida contro l’ambizioso Como guidato da Cesc Fàbregas da preparare con cura, rappresenta molto più di una semplice partita: è un test di maturità. Perché è proprio in queste occasioni che si misura l’atteggiamento ancor prima del risultato, la reale distanza tra un club, o meglio di una squadra che si accontenta di galleggiare, ed una che finalmente, decide di crescere davvero.

AM

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