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Piatta e non belligerante

L'Udinese si è consegnata all'Inter
Redazione

La sfida tra Udinese e Inter di sabato si può riassumere come la sfida tra una squadra che ha cercato di vincere in tutti i modi, di comandare il gioco ed essere dominante, contro un’altra che  ha scelto di fare da sparring, cercando di galleggiare e rimanere attaccata alla macchina dell’elettroencefalogramma, a lungo abbastanza piatto, per quanto possibile, prima di provare un sussulto nel finale. Una squadra effervescente, che produceva le bollicine dello spettacolo, quello per il quale i tifosi (tanti) si sobbarcano anche km per seguirla allo stadio, e un’altra che appariva insipida e piatta. Quasi un’accettazione di inferiorità insomma. Il tifoso, di casa, vorrebbe vedere di più. Avrebbe voluto vedere di più di una strenua resiliente opposizione; all’andata l’Udinese aveva vinto a San Siro, certo con un pò di fortuna, ma anche con la garra giusta di chi aveva avuto il coraggio di alzare la testa per andare a prendersi il risultato. Quella di  Sabato è parsa invece una squadra pavida. Una di quelle prestazione che spesso le vediamo fare anche  contro la Juventus, e che abbiamo visto fare anche  con il Milan. Anzi, mi correggo. Con il Milan la squadra, pur denunciando molte lacune, aveva provato a giocarsela ed era stata sonoramente bastonata. Ecco quindi la paura di Runjiaic da dove arriva; dalla possibilità di essere bastonati ed uscire troppo presto dalla contesa.

La partita di sabato ha rivelato il tentativo, neanche tanto recondito, di Runjaic di cercare di rimanere in partita quanto più possibile, mettendosi all’angolo con le mani alzate a protezione della testa, subendo i colpi degli avversari, e limitando quelli da K.O., per poi provare a giocarsi le poche carte a disposizione gli ultimi 10 minuti. Punti di vista. Correnti di pensiero. A tanti tifosi questo elemento non è piaciuto di certo. La speculazione pura del risultato che uccide ogni velleità ed ambizione sull’altare di una certificata inferiorità.
Sono dell’idea che se devi perderla te la devi comunque giocare. Runjaic ha deciso per la speculazione. Una linea difensiva a 5 con Zanoli e Kamara costantemente bloccati sulla linea dei tre difensori, 4 centrocampisti in linea con Atta a destra ed Ekkelenkamp a sinistra, e i suoi due pretoriani kalstrom e Piotrowski in mezzo, e Davis solo davanti nella morsa di tre difensori. Forse nella lavagna tattica  di Runjiaic dentro gli spogliatoi,  Atta avrebbe dovuto accompagnare l’azione offensiva a sostegno di Davis. Forse a sbirciare quella lavagna tattica, si sarebbe potuto vedere qualche freccia disegnata all’altezza del nome di Atta, che ne indicava un movimento in verticale in direzione di Davis, e quello di Davis a tagliare verso Atta alla ricerca del dialogo. Probabilmente, la rabbia manifestata durante la gara da Runjiaic nei confronti di Atta, e poi suffragata anche da qualche dichiarazione ai taccuini dei giornalisti a fine partita, è nata proprio dal fatto di non aver visto percorso quella freccia, tracciata sulla lavagna, all’interno del  campo durante la partita. Atta di fatto si è abbassato fin troppo alla ricerca della palla, davanti alla difesa. In certe occasioni era più basso di Kalstrom, soprattutto nei primi 45 minuti, e nel contempo nessuno allungava in avanti dettando un abbozzo di verticalità, ne Ekkelenkamp, ne i quinti, con il risultato che il povero Davis era chiuso a tripla mandata. Il piano del tecnico è sembrato quello di fare densità tra le due linee a 5  e a 4, resistere per poi tentare in qualche modo di ripartire. Insomma, la densità posizionale è andata a farsi benedire ben presto, e non avendo altro in programma, in fase di possesso ( che è durata veramente poco se si conteggia circa un 29% del totale) la squadra non sapeva che fare, l’apnea tattica è stata la malattia che ha afflitto l’Udinese per tutto il primo tempo. Dall’altra parte c’era una squadra, quella di Chivu, che la palla la sapeva muovere benissimo. Zielinsky che da play, in luogo di Calhanoglu, dettava i tempi del gioco con la maestria di un professore di pallone;  i quinti, specie dal lato di Dimarco, si alzavano con costanza, talvolta sovrapposti dai braccetti laterali: Bisseck e Carlos Augusto, che si trasformavano in ali aggiunte, mandando in confusione il piattume difensivo dei due blocchi bianconeri che si vedevano arrivare nemici da tutte le parti. Oltre a ciò, Barella e Mikhitaryan non offrivano mai punti di riferimento, assecondando il giro palla, che come detto si appoggiava tanto su quinti e braccetti centrali in proiezione offensiva a turno ( c’era solo Davis da marcare), con la conseguenza che i tre centrali dell’Udinese, Piotrowski, Karlstrom ed Ekkelenkamp non la vedevano mai; erano sempre costretti ad in seguire, e una volta recuperata palla, venivano mangiati dal feroce pressing nerazzurro, portato in maniera collettiva, che soffocava subito ogni tentativo di verticalizzazione da parte della mediana di Runjaic, che si vedeva sempre costretta allo scarico all’indietro. Per mezz’ora l’Inter ha insomma dominato letteralmente la partita, mettendo alle corde l’avversario. La coppia d’attacco poi, Pio e Lautaro, disposti in verticale, erano uno al servizio dell’altro, tra sponde e attacco alla profondità, ed è proprio con questa formula che è stato confezionato il gol vincente: la sponda di Pio, che taglia fuori Kabasele, per Lautaro che scherza Kristensen in dribbling, resiste al ritorno di Karlstrom  che ne rallenta l’esecuzione ( e Kristensen che colpevolmente resta a guardare anziché tornare sul toro martinez) e Lautaro che beffa Okoye con un tocco da calcetto nell’angolino. Il gol è l’emblema di come organizzazione, movimentismo e qualità, possano creare varchi nei muri anche più coriacei. L’Inter poi è entrata in modalità gestione, e l’Udinese nel secondo round ha provato ad alzare almeno un pò il baricentro, con una migliore fluidità nel giro palla grazie anche all’innesto di Miller in mediana. Tuttavia il tecnico tedesco ha scelto di provare a giocarsela solo a tre quarti di gara, inserendo la seconda punta  Gueye, e successivamente Bayo, passando al 442 prima e in seguito al 433 finale, usando quel poco che aveva in panchina specie nel reparto avanzato. Si perché l’assenza di Zaniolo, la prematura cessione di Bravo, in concomitanza con l’indisponibilità di Buksa, ha ridotto i petali della margherita nelle mani di Runjaic al solo acerbo ma potenzialmente talentuoso Gueye e a Bayo appena tornato dalla coppa d’Africa. C’è da chiedersi se era proprio necessario avere tutta questa fretta di rinunciare al talento di Bravo, per rimanere per alcune settimane con i soli Davis ( che sappiamo essere di cristallo), l’inesperto Gueye e l’enigmatico Bayo. Con il mercato aperto fino a fine Gennaio, quando sarebbe previsto il ritorno di Zaniolo e probabilmente anche quello di Buksa, non era forse meglio tenere lo spagnolo fino a fine mese, fino a quando la finestra del mercato di riparazione rimaneva aperta, per sfruttarne le sue doti almeno per queste tre partite? Soprattutto vedendo poi come l’Ivoriano Bayo ha cestinato al volo l’opportunità del pari a pochi minuti dalla fine; gesto tecnico degno della miglior copertina di Mai dire gol 2025/26, se mai la trasmissione andasse ancora in onda.  Vi spoilero il mio pensiero: Certo che sarebbe stato meglio tenere Bravo. Certo. 

Ma d’altronde, alla società interessa galleggiare in categoria. Rimanere piatti, lontani dai torbidi mari della bassa classifica, dove ci sono i pericolosi mulinelli che ti trascinano verso il basso, ma anche a distanza sicura dalla zona Europa, che impegnerebbe tutti ad uno sforzo forse non contemplato, a dispetto di qualche dichiarazione di facciata. Tra due o tre vittorie, e indicativamente per fine marzo, la squadra sarà salva, e magari tirerà i remi in barca come lo scorso anno, e il campionato per i bianconeri sarà già virtualmente finito. Cose già viste insomma. Niente bollicine. L’ardore con qui i tifosi dell’Inter, come sempre in maggioranza allo stadio, hanno visto la loro squadra cercare il tutto per tutto per ottenere i tre punti, qua  lo si nota a fasi alterne, e solo fino ad obbiettivo salvezza acquisito. Altre emozioni e sogni  di gloria non sono previsti; forse costano cari, o forse non conviene alimentarli. 

Paolo Blasotti

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