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Nulla di nuovo sul fronte orientale

L'Udinese continua il suo cammino da montagne russe
Redazione

Niente a che vedere con il celebre romanzo di Erich Maria Remarque che nel 1928 raccontava la sofferenza e la disillusione dei giovani soldati tedeschi, i quali armati dai più buoni propositi patriottici avevano imbracciato i fucili per intraprendere una guerra, quella grande, che aveva restituito loro solo orrore, sofferenza e morte. La disillusione dei tifosi dell’Udinese, è, invece, quella che puntualmente va a lacerare ogni anno i sogni di gloria edificati sulla speranza di un campionato da primi dieci posti, o magari da qualificazione europea. Ogni anno si parte con la convinzione che possa essere quello buono, e invece ogni anno ci si scontra con il solito muro, o trincea fate voi, che impedisce alla squadra di avanzare nel suo processo di crescita, fallendo sistematicamente ogni esame, ogni battaglia, ogni lotta verso un traguardo che sia più edificante di una banale, dopo 31 anni, salvezza nella massima serie. Il fronte orientale, essendo l’Udinese l’ultima squadra che rappresenta la serie A nel Nord-est, con il suo fortino, Friuli o Bluenergie dal naming della partnership commerciale, proietta sullo scenario del campo ogni volta le stesse scene; gli stessi errori; gli stessi impedimenti. 

Dopo la roboante vittoria contro il Napoli, l’Udinese era crollata a Firenze contro l’Ultima in classifica, in un risultato che più di tanto non mi aveva fatto specie viste le premesse storiche, e l’attitudine dei bianconeri a questo genere di esame di maturità. Magari mi aveva sorpreso la misura della sconfitta, ma non la sconfitta in se. Dopo un’altra roboante vittoria, stavolta a Torino,  La partita con il Pisa annunciava un altro pareggio quasi già scritto. Oltre all’incapacità dell’Udinese di dare continuità ai risultati, c’era per contro anche la statistica a dettare come probabile il risultato da X in schedina. Il Pisa aveva imposto il pari a domicilio a parecchie squadre, anche big; pure a Milano contro il Milan. Perché non avrebbe dovuto farlo a Udine? Perché era priva di 8 elementi? Fumo negli occhi. Fumo negli occhi. Per chi avesse assistito all’ultima sconfitta in casa contro la rivelazione ( fino ad un certo punto) Como, e di batoste contro i comaschi noi ne sappiamo qualcosa, mi aveva impressionato positivamente la struttura organizzativa della squadra di Gilardino. Mai 3 a 0 fu più bugiardo, con la squadra nerazzurra che era rimasta sempre in partita; che aveva giocato alla pari ed era andata sotto solo al 67’, dopo che per più volte aveva sfiorato il vantaggio; quindi aveva subito il 2 a 0 dopo aver sfiorato il pareggio, e nel finale di partita aveva cestinato con Nzola il calcio di rigore che l’avrebbe riaperta, dopo che Douvikas, lui si letale dagli 11 metri, aveva conferito al risultato fin troppo volume per quanto si era visto.

La partita contro il Pisa quindi si presentava come la classica buccia di banana dove l’Udinese avrebbe potuto facilmente, come da tradizione, scivolare. 

La partenza in salita, con il gran gol di Tramoni, dopo che Moreo aveva già dato la sveglia ad Okoye dopo pochissimi minuti, aveva dato conferma dei timori della vigilia. Il Pisa è sempre arrivato al cross dopo strette trame palla a terra dalle fasce, preferibilmente quella sinistra. Niente di eccezionale; la spinta del terzino Angori ( Leris dalla parte opposta), il movimentismo delle due punte, e quello di Tramoni ad agire in orizzontale per dettare l’imbucata per gli inserimenti di Aebischer e Marin, o per andare alla conclusione lui stesso. La squadra di Gilardino gioca un calcio semplice, frizzante, senza alzare la palla, e attaccando quando può la profondità. L’Udinese ha opposto una superiorità fisica e tecnica, e con questi argomenti ha risposto per tutto il primo tempo, dove la squadra di Runjaic seppur a fiammate, ha brillato in transizione mandando al cross i terzini Kamara e Bertola, e l’esterno di centrocampo Zanoli, conquistando tanti corner, tra cui quello del pareggio, e il rigore, quello del sorpasso. Quello che accade nei successivi 45 minuti, rientra nella tipica trama che puntualmente disillude i tifosi bianconeri. La squadra esce dagli spogliatoi con in testa una gestione del risultato che di fatto non è mai cominciata, perché è dovuta scendere a patti con la maggior caparbietà e gamba degli uomini di Gilardino, padroni del campo per una buona mezz’ora nella ripresa. E’ grottesco assistere ad una superiorità tanto schiacciante da parte della cenerentola della serie A in casa di un’Udinese che si è ritrovata come il gatto che si  sente mordicchiare i baffi dal topo che pensava di aver fatta suo. Mi ha ricordato Udinese Napoli di qualche settimana fa, laddove l’Udinese aveva annichilito la squadra di Conte perché andava al doppio della velocità, solo che in questo caso i bianconeri erano gli uomini di Gilardino, mentre il Napoli era l’Udinese. E’ così che la squadra, forse anche provata per l’impresa di Torino di soli 3 giorni prima ( Il Pisa aveva 24 ore in più di riposo nelle gambe, senza voler montare un’arringa difensiva sia chiaro) crolla sul tappeto verde; si allunga e si sfilaccia. Nessuno accompagna o accorcia in avanti. Davis è costretto a domare i rilanci dalla difesa accerchiato da tre uomini, senza nessuno che si proponga allo scarico. Centrocampisti e difensori che arrivano in ritardo costante sul pallone e vengono sempre presi in mezzo dalle trame tanto semplici quanto snervanti dei toscani, che affettano lo spazio mandando fuori giri gli uomini di Runjaic con disarmante facilità, gestendo il possesso, le accelerazioni e insomma, il ritmo della gara. I cambi di Runjaic hanno contribuito allo sfacelo. L’avvicendamento Zanoli-Piotrowski, ovvero un cursore di fascia per un centrocampista centrale privo di passo e gamba per giocare a ridosso della linea laterale del campo, rientra nel campo del paranormale; in questo modo la fascia destra dell’Udinese si azzera, poiché vengono a mancare gli elementi per accompagnare entrambe le fasi di gioco, di spinta e copertura; non è un caso che tutte le azioni pericolose degli uomini di Gilardino si sviluppino da quel lato, compresa quella del gol del meritatissimo pareggio. L’Uscita di Ekkelenkamp per Atta aveva una sua logica, in luogo al fatto che l’olandese dopo il grande dispendio di energie di Torino, laddove  era stato l’MVP di giornata, e aveva giocato per 90 minuti, poteva apparire stanco, e l’innesto di Atta comunque aggiungeva e di certo non toglieva al contesto della gara; l’impiego di Palma per Kamara, con spostamento di Bertola sulla corsia mancina, e l’impiego del giovanissimo CENTRALE difensivo quale terzino di fascia destra, ha il potere di completare l’annullamento del lato destro del campo, privando del tutto la squadra di spinta e di equilibrio. L’impiego di Gueye, in prima battuta al posto di Zaniolo, e di Bravo solo successivamente, lascia presagire invece a nuove gerarchie nello spogliatoio, con l’ex Rea Madrid, Barcellona, Bayern Leverkusen ( Udinese?) che pare avviato verso una chiassosa epurazione da parte del tecnico; nelle more, lo scandire dei giorni di questo mese di mercato, offrirà conferme e risposte a queste congetture. Ciò che lascia questa partita, è che il crollo della squadra nella ripresa sia stato si da ricercare nel calo fisico, ma di certo le letture del tecnico operate in corso d’opera, non hanno, a mio avviso, contribuito a mascherare queste difficoltà, anzi. 

Raramente si è vista la squadra bianconera così in balia dell’avversario. Certo, sarebbe facile ricordare il recente primo tempo di Como, ma con tutto rispetto per la squadra di Gilardino, l’identità di gioco e il valore della squadra di Fabregas si staglia ad un livello diverso. In un contesto così difficile anche un giocatore come Atta ha fatto fatica ad entrare in partita. Per il francese 3 soli palloni giocati: il primo è stato cestinato in corner; il secondo lo ha visto andare via in bello stile a due uomini prima di essere fermato dal terzo mentre con il terzo pallone ha quasi estratto dal cilindro il coniglio vincente; questo perché nelle sue vene scorre il sangue dei fuoriclasse, di quelli che possono risolvere la gara con una giocata, per quanto estemporanea. Già, l’estemporaneità. E’ un peccato che questa squadra debba relegare la classe di certi giocatori a giocate individuali e casuali ( il pallone era arrivato da una giocata da 10, di quelli bravi, di Solet,  professione difensore centrale a proposito di casualità) e che non venga associata alla coralità di un collettivo funzionale.

Il palo di Atta ( e la clamorosa chance di seguito fallita da Davis) oltre a restituire giustizia ad una partita che il Pisa mai avrebbe meritato di perdere, ci fa affiorare il dubbio su come questa squadra abbia conseguito fin qui i 26 punti della classifica; sono frutto di un collettivo che trasuda un’identità di gioco, o di tante giocate risolutrici dei singoli? E se così fosse dove potrebbe arrivare questa squadra se il collettivo fosse più funzionale? Di sicuro credo porterebbe molte più soddisfazioni e meno disillusioni, quassù sul fronte orientale.  

Paolo Blasotti

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