Dopo la fragorosa disfatta azzurra – l’ennesimo schiaffo che invoca rivoluzioni vere, non maquillage – il sistema calcio prova a rimettersi in piedi. Serve una resa dei conti, un taglio netto con dinosauri pressoché immortali, manager o pseudo tali che da lustri pascolano indisturbati all’interno dello sport da noi più amato.
E intanto, tra macerie morali e fanfare pronte ad accompagnare un rinascimento pallonaro attraverso candidature roboanti, é ripartito il caro, contraddittorio “calcio de noantri”. Un ritorno che sa forse di routine, proposto ai tifosi nell’atteso giorno post-pasquale e servito all’ora di pranzo; digestione dunque a rischio complicazione in casa bianconera, complice non ultimo una compagine avversaria dalla levatura tecnica cristallina.
Al Friuli cala infatti un avversario tutt’altro che comodo. Il Como plasmato da Fabregas non è una comparsa, ma una squadra lanciata a tutta velocità, con ambizioni vere e un’idea di calcio consacrata, reduce peraltro da 5 vittorie consecutive. Altro che gita fuori porta, qui servono nervi saldi e rispetto massimo. I lariani non son migrati verso il Friuli con l’intento di praticare turismo di qualità, ma piuttosto a prendersi spazio, punti e perché no, a continuare ad inseguire quel sogno chiamato Champions, mai a portata di mano come ora, complice la Roma ko a Milano. Prenderli alla leggera, significherebbe davvero rischiare grosso.
Cesc non può disporre di Jacobo Ramon e Jesus Rodriguez indisponibili per infortunio, ma il turn-over adottato con sagacia dal quotato coach catalano non impedisce di presentare un undici sempre competitivo a prescindere.
In una sfida dal respiro fortemente internazionale — con il solo Nicolò Zaniolo a rappresentare una nota “autoctona” tra i titolari scelti dai due tecnici stranieri — pesa inevitabilmente, in casa bianconera, l’assenza per squalifica di Keinan Davis. L’attaccante inglese è ormai diventato un riferimento imprescindibile nello scacchiere di Kosta Runjaic, e la sua mancanza impone una rilettura dell’intero assetto offensivo.
La scelta ricade su Zaniolo, chiamato più a occupare spazi che a interpretare un ruolo canonico. Una soluzione che richiama, per filosofia, il calcio di posizione visto nel Manchester City pre-Erling Haaland: meno riferimenti centrali, più movimento e attacchi dinamici alla profondità.
In questo contesto, diventano cruciali gli inserimenti dalla trequarti di Arthur Atta e Jurgen Ekkelenkamp, chiamati a sostenere la fisicità dello spezzino in un sistema che può prendere forma nel 3-4-2-1. Resta inizialmente fuori Gueye, profilo su cui il club ha deciso di investire con convinzione in ottica futura e spesso immaginato proprio in coppia con l’inglese. Non è escluso, però, che a gara in corso possa ritagliarsi spazio: per lui, un’eventuale occasione potrebbe trasformarsi in un primo momento di vera consacrazione.
Buone notizie, infine, tra i pali: torna a disposizione Maduka Okoye, recuperato dopo il problema fisico accusato durante la convocazione con la nazionale. Un rientro che restituisce solidità e certezze all’intero reparto arretrato.
Avvio bloccato e copione prevedibile: gli ospiti fanno la partita, i bianconeri rispondono con ordine e fisicità. L’assenza di Keinan Davis pesa nelle ripartenze, dove Nicolò Zaniolo per caratteristiche, non offre lo stesso lavoro spalle alla porta.
La squadra di Kosta Runjaić si compatta e concede pochissimo, imbrigliando il centrocampo di Cesc Fàbregas grazie alla densità e al contributo senza palla di Arthur Atta ed Jurgen Ekkelenkamp in fase di non possesso.
Poche occasioni, ritmi bassi e portieri inoperosi: il primo tempo si chiude conseguentemente senza reti.
Ripresa povera di contenuti e legata più alla giocata del singolo che a trame costruite. Il Como 1907 fatica a ritrovare le proprie soluzioni offensive nonostante i cambi di Cesc Fàbregas, gli expected gol sono ai minimi termini per una squadra che solitamente crea molto nei 90’ di gioco, mentre l’Udinese cresce alla distanza sul piano fisico.
I friulani provano addirittura ad alzare i giri del motore e a creare qualche apprensione dalle parti di Butez, guardiano attento tra i pali e abile nella gestione con i piedi. Gli ingressi a metà ripresa di Gueye e Arizala narrano di un coraggio evocato alla vigilia, aggiungendo di fatto ulteriori varianti sul piano tecnico-tattico, ma l’incisività immessa non si dimostra sufficiente a scardinare l’organizzazione difensiva dei lariani, che bene ricordarlo, nel girone di ritorno primeggiano in pressoché tutte le voci di classifica, miglior difesa inclusa.
Ne emerge una seconda frazione avara di occasioni nitide – una parata a testa e un’occasione sciupata a testa – ripresa dove sostanzialmente equilibrio e attenzione prevalgono su qualità e concretezza.
Il pari, in fondo, soddisfa entrambe le contendenti: il Como prosegue la sua ambiziosa e spumeggiante corsa verso la Champions, riconoscendo i meriti all’avversario, mentre l’Udinese tiene testa alla squadra più in forma del torneo, per di più senza il proprio riferimento offensivo.
Tra i singoli spicca Oumar Solet, prototipo del difensore moderno a detta del suo allenatore, appare il migliore in campo per solidità e presenza (MVP), ma bene anche Arthur Atta in netta crescita e Arizala per le qualità tecniche espresse nei pochi minuti a disposizione.
Per i friulani si alimenta così la rincorsa all’obiettivo stagionale dichiarato, ovvero quello dei 50 punti in graduatoria.
AM