L’Udinese che sbanca il Bentegodi, aggiudicandosi il derby del Triveneto, si conferma squadra da trasferta. Bissa la vittoria di Torino di qualche settimana fa, e incamera altri tre punti che la mettono ormai sul viatico di una salvezza più che sicura. Vedendo l’andamento generale del campionato, probabilmente con altre due vittorie la salvezza potrebbe essere cosa fatta, e considerando che mancano ancora 16 gare da giocare, converrebbe più cominciare a pensare sul come orientare il finale di campionato, cercando di mantenere l’ambizione e la concentrazione elevate, per scongiurare il via crucis dello scorso campionato ( 10 gare con 4 punti intascati dopo aver raggiunto quota 40 a Marzo).
L’Udinese si conferma squadra da trasferta insomma. 5 vittorie esterne e solo 3 tra le mura amiche. Nulla di male si potrebbe dire. Da sempre l’Udinese ha una vocazione garibaldina; squadra da contropiede e poco incline a comandare il gioco. Squadra femmina. Eppure i propositi di Runjaic quando si era insediato nel placido nordest, erano quelli di arrogarsi il possesso palla e il comando delle azioni, cercando di trasformare lo stadio Friuli in un terreno difficile da conquistare per gli avversari, questo per citare le parole che spesso aveva proferito davanti ai taccuini dei giornalisti. Progetto ambizioso che a lungo ha cercato di perseguire, con risultati non sempre soddisfacenti. Lo scorso anno, vi era in parte riuscito, specie nella prima parte di campionato, riuscendo dove da tempo questa squadra si dimostrava reticente ovvero battere le piccole tra le mura domestiche, ovvero ottenere quei punti che sarebbe giusto agguantare per mettere fieno in cascina. Questo fino al raggiungimento dei 40 punti perlomeno, poiché il finale di campionato con sconfitte interne, tra tutte quella contro un Monza già retrocesso, avevano ribaltato burrascosamente il trend positivo. Il possesso palla e il comando del gioco, attraverso anche un pressing alto. Erano questi gli ingredienti cardine per produrre un gioco attraverso il quale il tecnico avrebbe voluto offrire l’impronta di squadra. In questo campionato questi ingredienti raramente sono stati amalgamati bene. Runjaic si è forse accorto che il palleggio non paga; che questa squadra non è dotata di fini palleggiatori, e che di conseguenza fare la partita in casa contro le provinciali o neo promosse, può risultare più difficile di quanto si creda. Il solo successo contro il Lecce, e i tanti pareggi ottenuti, non ultimo con il Pisa, passando per il Cagliari, ma anche il Verona alla prima di campionato, testimonia proprio questa difficoltà. A lungo abbiamo assistito ad un accanimento quasi terapeutico a cercare il palleggio dal basso, che raramente ha portato dividendi, non solo con le piccole ma pure con le big. Per diversi mesi le ripartenze, qualità nella quale nel corso degli anni l’Udinese si è sempre distinta lungo in campi dello stivale, parevano quasi bandite. Da qualche trasferta a questa parte, invece, come per magia, sono riapparse. Runjaic ha sbancato Torino 3 settimane fa con un calcio più diretto e di ripartenza, che ha esaltato le caratteristiche dei propri giocatori. Anche ieri sera a Verona, sono state proprio le care vecchie ripartenze a regalare 3 punti ad un’Udinese dominante su un Verona in difficoltà , sia sul piano fisico che squisitamente tecnico. Già perché agire di rimessa non vuol dire necessariamente subire il gioco degli avversari. Ho più volte sostenuto che questa squadra dispone di caratteristiche per un calcio di rimessa e diretto, e non di palleggio e di controllo. Dispone di giocatori di gamba e di forza, ma anche di qualità. Giocatori dominanti nelle transizioni, e non nel palleggio. Ecco che forse il tecnico ha scoperto come possa essere devastante Zanoli se lanciato in corsa, e non servito sui piedi dopo un’infinita melina, concedendo agli avversari di chiudersi. Quanto possa essere prezioso Davis nel tenere su palla e invitare alle sortite centrocampisti, esterni e compagni di reparto come Atta, ieri eccezionalmente nel ruolo di sottopunta, nel 3511 o 3421 a seconda di quanto Ekkelenkamp si inserisse nella terra di mezzo della trequarti bianconera.
Va detto che il Verona rimane una squadra pregna di problemi. Ultima in fondo alla classifica, con tante assenze e con la partenza del talentino Giovani, che garantiva gol e imprevedibilità. Zanetti dispone davvero di poco materiale, se è costretto a far agire da play Gagliardini, onesto pedatore del campionato, con scarsa attitudine alla regia, e il solo Orban davanti, talentuoso e velenoso, l’unico in grado di impegnare la difesa bianconera, e di far passare una brutta serata a Kristensen dopo il pessimo pomeriggio che il danese aveva trascorso con Lautaro sabato scorso. Orban e all’occorrenza Sarr, insomma, le uniche frecce nell’arco di Zanetti. Poco, troppo poco per opporre ad un’Udinese come dicevo superiore in tutto e per tutto. Runjiaic ha comandato il controllo del gioco e possesso nella prima frazione, perché lui, è fatto così… e l’Udinese ha risposto con un primo tempo da vorrei ma non posso, o potrei ma non voglio. Il giro palla c’era, anche con baricentro alto; Zanoli e Zemura si proponevano, ma con troppa imprecisione, soprattutto sul versante Zemura, troppo impreciso sia in fase di conclusione che di appoggio all’azione. Davis vinceva ogni duello con il povero Nelsson, ma Atta perdeva qualche pallone di troppo, alla ricerca di qualche giocata troppo sofisticata. E si che il Verona concedeva sempre molto al limite dell’area, complici i centrocampisti che spesso si schiacciavano sulla linea difensiva. Troppo spazio per Ekkelenkamp al tiro dai 16 metri; troppo spazio a Kalstrom al tiro sempre dal limite, e troppo spazio soprattutto ad Atta anche da dentro l’area che disegnava una traiettoria leggibile, che Slotsager rendeva illeggibile per il suo portiere. Atta croce e delizia, nel senso che segna il gol ma perde un banale pallone sulla trequarti, innescando la ripartenza veronese, con un troppo morbido Miller, e un Kristensen in versione bell’addormentato che si dimentica di marcare l’unico da marcare in area, ovvero Orban, sul traversone morbido di Sarr; stessa situazione della gara di sabato scorso, dove il danese si era fatto saltare da Lautaro, Kalstrom era giunto per porre un rammendo e ritardare la conclusione dell’argentino , e Kristensen, spettatore pagante, che si dimenticava di intervenire in raddoppio, o lo faceva con colpevole ritardo, propiziando il colpo a biliardo del bomber argentino. Ieri la medesima situazione: stavolta il rammendo lo aveva portato Solet, con Kristensen che oltre a dimenticarsi l’uomo, si attardava a raddoppiare assieme al francese, il quale perdendo il rimpallo concedeva il colpo ferale a Orban. Le disattenzioni, quelle brutte. Quelle che fanno invocare Kabasele, e che dovrebbero far riflettere Kristensen, appeso tra ambizioni da grande, e lacune da correggere al più presto.
Insomma il primo tempo non era proprio piaciuto, perché dava l’Idea di un’Udinese che poteva dare molto di più. La ripresa, sontuosa, si è poi concretizzata con un baricentro più alto e una maggiore cattiveria nell’occupare la metacampo veronese, anche se le azioni importanti sono nate tutte dalle care vecchie ripartenze, con la squadra di Zanetti che si scopriva lunga e sfilacciata. Davis, prestazione monstre, si è dimostrato fondamentale, come già nel primo tempo, nell’addomesticare palloni e recapitare inviti al tiro per tutti, dallo sciupone Atta al pasticcione Zemura; si è procurato la punizione dal quale è scaturito lo splendido arcobaleno d’esterno di Zanoli, e ha giustamente raccolto il tris, su invito di Atta, spaccando la porta di giustezza. I due, Atta e Davis, hanno combinato in maniera splendida assieme, con sponde di prima reciproche, l’un per l’altro. Atta si è dimostrato maturo anche da seconda punta/trequartista, ma deve imparare ad essere più letale al tiro.
Un secondo tempo di ripartenze, insomma, dove il possesso palla è sceso drasticamente, condizione avversa quindi ai dettami di Runjiac, ma assolutamente proficua ai fini del risultato.
Questa gara, e quella di Torino, potrebbero aver illuminato il tecnico sull’opportunità di abbandonare l’ostinata ricerca del palleggio e del possesso palla. Questa squadra è così che può essere devastante: con un calcio diretto e veloce, dopo la riconquista della palla. Con le transizioni a premiare la corsa dei suoi puledri di razza, e quando rientrerà Zaniolo, il puledro con più qualità in seno al gruppo, a maggior ragione dovrebbe perseguire questa via. Zaniolo e Davis assieme, possono essere devastanti; in parte lo si è già visto, ma il loro rendimento potrebbe crescere ancor di più se si evita di giocare contro avversari piazzati tutti dietro la linea della palla. Perché giocare in ripartenza non vuol dire necessariamente non dominare l’avversario. Significa solo ottimizzare le proprie caratteristiche.
Paolo Blasotti