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Lo stato dell’arte

Il valore della squadra è indubbio, giusto chiedere più della salvezza
Redazione

Bilanci bianconeri ad un terzo di stagione sotto l’egida di un calcio nazionale poco coraggioso, ancorato a valori non più premianti

Prim’ancora di toccare la sfera bianconera, diventa doveroso sottolineare come le persistenti difficoltà riscontrare dalla nostra rappresentativa nazionale nell’imporre all’interno del vecchio continente la propria cultura calcistica, nel corso delle ultime stagioni stiano progressivamente espandendosi.

Il riferimento alla ‘figuretta” fatta dagli azzurri in quel di Chisinau, Moldavia (156° posto nei valori mondiali del football), non é puramente casuale; la doppietta confezionata sul finale, non può appagare un movimento calcistico che se rapportato al benchmark britannico appare non solo vecchio e stantio, ma anche in qualche modo ancorato a paradigmi oramai non più premianti. 

Non è una novità, lo si ripete da almeno una decina d’anni, i mondiali visti in tv ne sono un’amara riprova; scendendo poi sul rettangolo verde, non può non saltare all’occhio come gestire blandamente il possesso dell’attrezzo, senza per questo verticalizzare efficacemente in velocità, anche magari con una sana ripartenza (contropiede sembra non si possa più proferire), come peraltro di tanto in tanto accade anche ai nostri beneamati portacolori, penalizza non poco risultati, estetica, appeal con spettacolo annesso, dilatando tra i fans conseguente disinteresse.

Il confronto tra la Norvegia (29° nel ranking Fifa) e il football praticato alle nostre latitudini, appare persino stridente; 11 gol, forti invero di un vichingo come Haaland rifilati ai malcapitati bogdani, messi a confronto dei due stitici golletti partoriti sul finale, quasi ad inertizzare preoccupanti cori di sdegno levatisi dagli spalti amici, suonano davvero a morto! Miseria si dirà, ma tant’è…

Eppure chi ha il buon gusto di sintonizzarsi sulla Premier League o il sul calcio ispanico della Liga, si renderà ben conto della regressione in atto in merito al calcio nostrale. La A non solo non attira più campioni salvo i quasi quarantenni, ma non vanta più il passo e la sostanza dei migliori. In Inghilterra si gioca a velocità doppia e la palla viaggia sempre in avanti, in Spagna la qualità del palleggio é propria anche tra i difensori. C’è poco da aggiungere a scenari noti da anni.

E il calcio della nazionale, anche tra le giovanili,  non può essere che lo specchio di quello praticato dai club, i cui coach sembrano sempre più in balia dei risultati, assoluti complici di un gioco sparagnino, spesso proiettato ad evitare sconfitte pregiudicanti l’agognato posto di lavoro. È così che si tende a diminuire il rischio, non si ha sufficiente coraggio di schierare i giovani, il giro palla è sempre più lento e macchinoso pur di non concederlo,all’avversario, con la conseguenza evidente che le difese facilmente riorganizzabili, prevalgono sistematicamente su di attacchi banalmente imprigionati.

Da ciò tutti dovremmo trarre conclusioni incontrovertibili, ovvero di qualcosa che non funziona, che fa inceppare il gioco più amato, prova ne siano le figure barbine raccolte anche dai club più blasonati, vedi i campioni in carica, alla discesa in coppa.

Altra dimostrazione tangibile, la si riscontra nella pochezza di gol realizzati nei turni di campionato, 13 appena un paio di settimane fa, con l’unico merito se proprio si intende valorizzare, di amplificare le qualità difensive nell’evitare una rischiosa sconfitta, segno prevalente di gran lunga superiore al desiderio di raccogliere l’intera posta. Non ci siamo di fatto ancora affrancati da quell’aforisma diventato iconico alla fine degli anni 90 quando si soleva dire a fine gara – meglio due feriti che un morto!

Dopo un preambolo di tal genere, difficile pensare che una seppur sana realtà di provincia, disattenda un contesto così radicato.

Molti tra noi tifosi vorremmo assistere a sfide con protagonisti intenti nei minuti chiamati in causa a massimizzare il proprio contributo, a pensare la giocata sempre in avanti perché il calcio non é il rugby, a costruire trame e schemi sempre diversi, non a lanciare in avanti sino a prosciugare l’energia del povero attaccante chiamato a far salire la squadra, anziché relegarlo ad un gioco spalle alla porta. Insomma é vero che nel calcio la forza di una squadra vien data dalla debolezza dell’altra, ma l’attitudine mentale a costruire piuttosto che ad attendere o pensare solo a distringere, fa spesso la differenza. Il vecchio presidente del Pisa, il compianto Romeo Anconetani era solito dire – “sembrare e non essere” é come “filare e non tessere”! Ecco le squadre italiane a volte sembrano più che essere, filando anziché tessere.

Le involuzioni di squadre come Atalanta e Fiorentina evidenziano come i maestri che le guidavano non sono minimamente paragonabili ai relativi successori. Dunque significa che i maestri di calcio, vedi Gasperini, esistono ancora, vanno solamente cercati, blanditi, così come si cercano i giocatori promettenti. Gli stessi risultati ottenuti da Italiano a Bologna, prossimo avversario dei bianconeri, indicano quanto sia basilare il progetto, quando a delinearlo sono posti dirigenti competenti dalle idee chiare.

A Udine per tornare a noi,  la competenza non manca di certo nello scouting, sugli allenatori si é soliti altresì andare al risparmio, forse perché non si gradisce riservare allo,stesso eccessiva centralità, fatto sta che solo se si costruisce un progetto con la P maiuscola si può perseguire un obiettivo di prestigio, che nel caso di specie, non può e non deve essere una modesta salvezza nell’egida della salvaguardia della categoria. Soluzione assai prestigiosa per un club di provincia, ma limitante per chi coltivasse giustificate ambizioni professionali.

La domanda é semplice quanto dirimente – puó un giocatore dalle qualità spiccate o in evoluzione tecnica, volersi accasare a lungo nel nostro club, coltivando al contempo ambizioni professionali e traguardi crescenti ? Si può invocare l’Europa senza di fatto pretenderla dalla testa? Insomma ci si può accontentare di una salvezza se poi l’organico vale molto di più? Se si pretende che il campione o l’aspirante tale continui a vestire il bianconero, serve creare intorno a lui un ambiente tale per cui, lo stesso avverta maggior disagio nel voler partire che a rimanere. Non sempre i denari condizionano le scelte, spesso lo sono le ambizioni.

Lo stesso tecnico, coinvolto nel progetto (termine abusato) a medio termine, saprà trarre giovamento da un percorso assai più motivante e coinvolgente. Se la nostra storia dell’ultimo trentennio narra di 3 massimo 4 allenatori capaci di lasciare un segno tangibile nel cuore dei tifosi, allora significa che qualcosa é venuta meno.

In virtù di un organico che pare disporre di adeguate risorse per salvarsi in abbondante anticipo, oggi il tifoso bianconero si chiede quali siano i veri progetti societari, se mr.RUNJAIC possa essere il designato alla rincorsa verso un’Europa si sussurrata, ma mai chiesta espressamente dalla società.. se si riuscirà o meno a trattenere giocatori cardine come ZANIOLO, ATTA, SOLET, PALMA o KRISTENSEN. Le cessioni anche eccellenti vitali per le casse, si possono fare, é sufficiente peraltro prendere a puro riferimento la Samp di Mancini e Vialli che pur vendendo, si rafforzava anno dopo anno sino a raggiungere i vertici del calcio nazionale ed europeo.

Tecnicamente e tatticamente ambiremmo a vedere qualcosa in più. I 15 punti in 11 gare vanno bene sia chiaro, ma l’impressione che questo gruppo possa dare qualcosa in più c’è. Innanzitutto l’atteggiamento; non si può giocare solo parte dei 95’ di gara, serve il piglio e la “garra” tipica delle squadre che non mollano mai, e ciò appare giusto pretenderlo. Per conseguenza, davanti a limiti tecnici che emergano innanzi a club più blasonati, ci si può ragionevolmente arrendere, ma i ragazzi hanno comunque il dovere di uscire con le magliette madide di sudore.

In campo la velocità della mente ancor prima che della palla deve essere superiore, non si può veder gestire la sfera con la lentezza attuale; meglio forse forzare un passaggio, ma guadagnare un tempo di gioco. Qualsiasi allenatore riconosce come a difese schierate il gol diventa un impresa, il più delle volte affidata alla gran giocata del singolo. Le tante palle da fermo andrebbero sfruttate meglio attraverso schemi da provarsi ripetutamente in allenamento e che ahinoi, mai si vedono tradotti in campo. Puntare solo sull’elevazione dei giganti su calcio da vero, ormai é pratica studiata a dovere dai difensori avversari. I retropassaggi vanno aboliti dalla testa dei giocatori, a meno che non ci si trovi a gestire un finale di gara dove la “melina” per qualche minuto diventa concausa. 

E infine, andando sulla tattica, lo schema 352 fatto da interpreti che non vantano qualità per arrivare in fondo al campo per metterla dentro con costrutto, si può anche rivedere in funzione di avversari sufficientemente educati nel comprende pregi e spesso “limiti” di uno spartito che non sorprende più nessuno. Ecco, questo chiederemmo al nostro tecnico, ovvero di dimostrare che nonostante tutto, dopo una cinquantina di gare ufficiali, siamo ancora in fase da “work in progress” e intenti nel progredire gara dopo gara.

AM

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