Si gioca ancora nel primo pomeriggio di sabato, nuovamente contro i colori nerazzurri, questa volta però a cambiare lo spartito é la lettura diametralmente opposta della classifica.
Se nella sfida della settimana precedente al Friuli era sceso un Pisa invischiato nelle zone basse, questa volta sul prato del Bluenergy Stadium si presenta l’attuale capolista nonché principale candidata al titolo, ovverosia l’Inter di Milano.
All’andata maturò la prima illusione stagionale attraverso una vittoria a San Siro, persino meritata. Oggi la posta in palio è sempre di 3 punti, ma il gruppo preme nel dimostrare come contro le grandi le motivazioni non manchino affatto e che, pur in difetto di un elemento di primo piano come ZANIOLO (out per tre settimane), la squadra possa essere in grado di reggere l’urto di una corazzata.
Chivu, pur perdendo per infortunio il “faro” Calhanoglu, opta almeno in avvio per un turn-over ragionato in avanti rinunciando a Thuram, ma confermando convintamente in mezzo al campo Piotr Zielinski, un ex che in Friuli non ha avuto modo di dimostrare compiutamente le sue indubbie qualità tecniche. Fuori Bastoni.
RUNJAIC, per contro, ritrova a pieno regime Arthur ATTA, autentica rivelazione di inizio stagione, ma reduce da uno stop forzato per noie muscolari. Ne consegue un irrobustimento del pacchetto centrale con il solido PIOTROWSKI al posto di MILLER, con KRISTENSEN inserito nella linea a quattro, KAMARA preferito a BERTOLA per presidiare la corsia mancina di difesa, e per l’appunto il tuttocampista francese libero di svariare alle spalle della punta avanzata DAVIS partendo sia dalla fascia destra che da sinistra. Ancora attesa per il nuovo arrivato ARIZALA, il quale non figura tra i disponibili.
Prima del fischio un doveroso minuto di raccoglimento per ricordare Rocco Commisso, presidente della Fiorentina scomparso nella notte.
L’Udinese parte con l’intento di portare un pressing alto, ma l’Inter dispone di qualità sufficienti per eluderlo con relativa facilità. Già al 3’ Lautaro costringe OKOYE al primo intervento: conclusione debole col piede sinistro, bloccata senza affanni dal portiere bianconero. Due minuti più tardi è Di Marco a provarci con un potente diagonale al volo che termina di poco a lato.
Poco prima della metà del primo tempo il punteggio si sblocca, complice una pressione nerazzurra divenuta via via più efficace. Zielinski riceve al limite e serve Esposito, bravo a proteggere palla tenendo a distanza KABASELE, toccando al contempo d’esterno sull’accorrente Lautaro. Per il capitano interista è quasi un gioco da ragazzi controllare il pallone in area e battere OKOYE con un esterno destro preciso e imparabile da pochi metri.
Vantaggio meritato per l’unica squadra fin lì realmente propositiva.
La reazione dell’Udinese si concretizza infatti, con un solo tentativo degno di nota: PIOTROWSKI calcia dal limite su appoggio di EKKELENKAMP, ma Sommer respinge con sicurezza. L’azione nasce peraltro da una leggerezza di Barella, unica sbavatura in una prima frazione ampiamente controllata dall’Inter.
Alla ripresa l’Udinese, già costretta a rinunciare a PIOTROWSKI uscito malconcio al 44’ e rilevato da MILLER, prova ad abbozzare un minimo di fraseggio. L’Inter, tuttavia, resta saldamente padrona del campo, amministrando il vantaggio senza correre particolari rischi. Le occasioni scarseggiano e i due portieri rimangono di fatto inoperosi.
A venti minuti dal termine RUNJAIC tenta di cambiare volto alla squadra inserendo GUEYE, EHIZIBUE e BERTOLA al posto di ATTA – ancora piuttosto impalpabile – ZANOLI e KABASELE. Le mosse non producono però effetti significativi, se si eccettua un breve forcing impresso da soprattutto da un SOLET, smanioso di mettersi in luce davanti ad un club che lo stima, elemento apparso in buona condizione atletica e propositivo nell’impostazione da dietro.
Neppure l’ingresso di BAYO, rientrante dalla Coppa d’Africa e in campo per una decina di minuti, riesce a dare maggiore peso offensivo alla manovra con un DAVIS troppo isolato per l’intera gara.
In chiusura, una nota doverosa sull’arbitraggio di Di Bello; discutibile non tanto la concessione dei soli quattro minuti di recupero, già di per sé risicati, quanto la decisione di fischiare la fine con diversi secondi di anticipo. Non è la prima volta che accade e, considerato che solitamente i direttori di gara tendono semmai ad allungare il recupero, forse varrebbe la pena che qualcuno glielo facesse notare. Perché, a pensar male…
Resta dunque la delusione per una gara che rafforza una convinzione ormai diffusa anche tra i tifosi più appassionati: quella di vivere un’altra stagione destinata a scivolare verso l’anonimato. La capolista non era avversario semplice da affrontare, è evidente, ma l’impressione lasciata è quella di una squadra pavida, eccessivamente prudente, incline alla subalternità e poco reattiva almeno fino alla rete subita.
L’incapacità di costruire vere occasioni attraverso il gioco, unita alla scelta di un 4-5-1 di matrice marcatamente difensivista, finisce per svilire qualsiasi residua ambizione. La mancanza di ZANIOLO si è fatta sentire in maniera evidente, quasi a certificare che, qualora il duo titolare non fosse disponibile (con l’auspicio che l’integrità di DAVIS non venga meno), le difficoltà offensive possano diventare serie.
Nel reparto avanzato il quadro non è rassicurante: BRAVO è stato lasciato partire per fare ritorno in patria; BUKSA, oltre ai problemi fisici, non ha finora mostrato credenziali tali da poter essere considerato un’alternativa affidabile; BAYO, per quanto visto nei pochi minuti concessi, non accende entusiasmi; GUEYE appare volenteroso ma ancora acerbo. Alla luce di ciò, non sarebbe affatto fuori luogo pensare a un rafforzamento di un reparto che, più di ogni altro, determina l’andamento e l’esito delle partite.
26 punti in 21 gare, una media che non raggiunge nemmeno 1,24 punti a partita, proiezione finale attorno ai 47 punti. Numeri ai quali si somma una delle difese più perforate del torneo, fuori dalla Coppa nazionale. Dati che non possono certo rallegrare chiunque nutra un minimo di ambizione, professionale o sportiva che sia.
È vero, c’è chi sta peggio. È altrettanto vero che non siamo una metropoli del calcio. Ma alzi la mano chi, guardando questo gruppo di lavoro, non si aspetti qualcosa di più in termini di personalità, proposta e crescita complessiva.
AM