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L'Udinese ha fallito a Firenze l'ennesimo esame di maturità
Redazione

Spesso nella vita ci sono delle situazioni che conoscono una reiterata frequenza, e che tracciano un percorso talmente prevedibile che lo si potrebbe percorrere ad occhi bendati. Difetti conclamati e vizi sui quali si cade con agghiacciante frequenza tale da costituire un malessere, o una malattia  se vogliamo, incurabile. L’ Udinese da anni è alle prese con l’esame di maturità che la farebbe crescere e spiccare il vero salto di qualità per poter ambire a blindare la colonna nobile della classifica. Da almeno 12 anni a questa parte questo esame è stato sempre fallito. Puntualmente e inesorabilmente.
L’esame di Firenze, in questo senso, appariva come quello più scivoloso . Una vera trappola se vogliamo, laddove tutto l’onere di dover racimolare i tre punti gravava sulle spalle bianconere. Si è vero la Fiorentina era con le spalle al muro; si è vero la Fiorentina era all’ultima chiamata: o la va o la spacca. Morire o resuscitare; non vi erano vie di mezzo per la squadra di Vanoli. Però un conto è affrontare una sfida in modo disperato, senza avere nulla da perdere più, sapendo che peggio di quello che hai prodotto fin li,  non puoi produrre; un altro essere in una situazione dove i pronostici pendono dalla tua parte e da quel punto di vista hai tutto da perdere. La sfida di Firenze era una trappola perché vincerla avrebbe consentito all’Udinese di superare l’esame di maturità; dare continuità alla strabiliante vittoria con il Napoli ed ergerti all’ottavo posto in classifica, girando a 24 punti a 3 giornate dal termine del girone d’andata, che tradotto significherebbe: tanta roba. C’erano però tutti i crismi che indicavano che la gara sarebbe potuto andare male. Anche la tradizione nefasta con il campo di Firenze: 14 sconfitte negli ultimi 17 anni, oltre al fatto che l’ultima vittoria della Fiorentina risaliva all’ultima giornata del campionato scorso, proprio contro l’Udinese e anche in quella circostanza in 11 contro 10. Se uniamo tutti questi puntini con una penna, ne esce un quadro nefasto. 

Molti tifosi si attendevano un successo, ma in fondo al cuore sapevano che l’Udinese sarebbe potuta scivolare. La squadra bianconera è maestra nel rianimare un malato ad un passo dalla morte, con il destino a sceneggiare la modalità sulla realizzazione del fallimento perfetto, e il destino si sa spesso rimane il regista più visionario e crudele del cinema della vita, e quindi anche dello sport.

L’espulsione di Okoye, reo di essere uscito quel quarto d’ora dopo su un Kean lanciato a rete, dopo una balbettante respinta di Kabasele a metà campo, che colpevolmente lascia rimbalzare la palla, e altrettanto colpevolmente Kristensen manca il raddoppio di marcatura sul centravanti della nazionale Italiana,  rappresentano il trailer perfetto di questo film; dove lo spettatore immagina come può essere il finale, ma senza avere lo spoiler di quante scene raccapriccianti e splatter possano correre su questa pellicola. 

La scena, perché di questo si tratta, arriva all’alba del film, dopo 7 minuti,  dopo che nei primi 6 una colonna sonora allegra e sferzante, aveva spiazzato lo spettatore, che stava assistendo alle premesse più logiche: una viola in difficoltà psicologica e un’Udinese che  aveva già preso campo, con almeno 4 palloni recuperati sulla trequarti, un paio di traversoni pericolosi, un tiro in porta, e la sensazione che il piglio fosse quello giusto. 

Runjac ha reagito all’inferiorità numerica come forse in tanti avrebbero sperato: evitando di togliere una punta, ma bensì sottraendo dalla contesa un difensore ( Kabasele) forse il meno indicato a fronteggiare quello che doveva essere il piano battaglia più diretto di Vanoli, ovvero: verticalizzazione di Fagioli per il veloce e potente kean, bravo come pochi ad attaccare lo spazio ed a lavorare di fisico prendendo posizione sul difensore; va da se che in questa pratica da  sbrigare Kabasele sarebbe forse andato più in difficoltà essendo il più lento e meno potente dei tre difensori. Due linee a 4 e l’unica punta davanti, Davis, per dare copertura in ampiezza,  solidità e cercare di ripartire. Idea che aveva i crismi del buonsenso, a mio modo di vedere, ma che alla lunga si è rivelata una lampada cinese, abbattuta dalla contraerea del destino. Perché la Fiorentina ha preso coraggio. Perché l’Udinese si è smarrita ed è rimasta interdetta. Perché gli uomini di Runjaic si sono consegnati letteralmente agli avversari, perdendo ogni duello individuale (Kalstrom su tutti inguardabile in mezzo) e dove il solo Zaniolo ha dimostrato la garra e la qualità necessarie per cercare di risalire una china che si era fatta compromettente dopo il gol su punizione dell’ex Mandragora, ed il siluro nel sette di Gudmundsson. Dopo una decina di minuti, gli unici, nella fase centrale del primo tempo, dove l’Udinese ha abbozzato un accenno di ribellione ad un destino segnato, con Zaniolo capo popolo in campo, leader tecnico e nervoso, lanciato con strappi continui in un uno contro tutti. Il gol di Gudmundsson sul finire del primo tempo, e dopo l’abbozzo di reazione bianconero, e quello di N’dour su un dormiente Kristensen alla fine del corposo recupero del primo tempo, hanno sancito i titoli di coda al film già all’intervallo. Così mentre lo spettatore era in fila per le bevande e il secondo barattolo di pop corn, si chiedeva cosa avrebbe riservato ancora la pellicola; magari il backstage? O alcune parti tagliate? Di sicuro quello che è andato in onda nel secondo tempo aveva ben poco di agonistico. Runjiaic ha dichiarato chiuso la contesa togliendo dal campo Zanoli e Zaniolo, forse per preservarli per la prossima partita, quella con la Lazio, evitando infortuni o forse cartellini compromettenti vista la situazione con nervi a fior di pelle. Secondo tempo che nel nulla proposto c’è stato il tempo di assistere anche a qualche decisione avversa da parte del direttore di gara, che ha sorvolato su un rigore abbastanza clamoroso su Davis e una mancata espulsione ai danni di Ranieri, sul 4 a 1,  prima del gong della buona notte di Kean. E mentre ci si interroga quanto peso avrebbero potuto avere un rigore per il possibile 4 a 2, e un’ipotetica parità numerica, con la squadra che aveva già gettato la spugna, rimane la certezza che questa squadra rimane fedele al proprio destino. Una squadra incapace di superare certi esami. Una squadra che si ripete con fredda reiteratezza nei soliti errori ( Okoye e le sue uscite col fuso orario spostato) e questo Sali e scendi di prestazioni, che infastidiscono il tifoso e che non fanno crescere ne la classifica ne la squadra.  Perché un tracollo del genere rimane inaccettabile. Anche in 10. Citofonare a Genova sponda grifone, laddove pur in 10 per tutto il match come i bianconeri, hanno dato battaglia contro una grossa squadra e in salute come l’Atalanta ( e non contro l’ultima della graduatoria) rischiando addirittura di vincerla, cedendo solo a tempo scaduto, o il Bologna che in coppa qualche settimana fa, rimasta in 10, per di più ingiustamente, per 70’, aveva preso a pallate l’avversario di turno, chiudendo con un bugiardo 0 a 0.  Non voglio evocare fatti accaduti il 13 Aprile 1997 allo stadio Delle Alpi di Torino, questa squadra, certo, non merita un paradigma del genere ( ne quella bianconera di allora merita di essere rievocata così a cuor leggero ) ma di certo si può fare meglio anche in inferiorità numerica. SI può fare meglio se si dispone oltre che di organizzazione, anche di senso di appartenenza, capacità estrema di resilienza, e spirito di gruppo, consolidati e cementificati da uno spogliatoio forte e coeso. Giocare in 10 se vogliamo è una verifica anche di questo. Questa squadra evidentemente da questi punti di vista è ancora molto, ma molto distante da questo concetto.

Questa squadra, nel corso degli anni, è diventata sempre di più un Dejavu. Prevedibile e perfettamente allineata al suo destino da dodicesimo posto in graduatoria. 

Paolo Blasotti

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