Alla Unipol Domus (ex Sardegna Arena), l’aria che si respira è quella delle grandi occasioni, dove il calcolo matematico incrocia l’ambizione sportiva. Il Cagliari di Fabio Pisacane, fermo a quota 37 punti, vede il traguardo a un passo: un pareggio oggi garantirebbe l’aritmetica certezza di restare nel massimo campionato, mettendo fine ai brividi cagionati da un girone di ritorno non sempre impeccabile.
Dall’altra parte, l’Udinese di Kosta Runjaic è la vera “mina vagante” di questo finale senz’altro diverso da quello scorso. Con 47 punti in cassaforte, i bianconeri inseguono un obiettivo che manca dalla stagione 2012/13 (quando finirono al 5° posto con 66 punti gestione Guidolin), ovvero abbattere il muro dei 50 punti finali. Un traguardo che se ulteriormente rimpinguato, potrebbe certificare il ritorno molto atteso nella “colonna sinistra” della classifica, simbolo di nobiltà ritrovata per il club della famiglia Pozzo.
Pisacane paga, pur senza drammi di formazione, qualche defezione di troppo in organico. Sul fronte friulano, invece, il tecnico deve fare i conti con le condizioni non ottimali di Karlstrom e Davis, quest’ultimo recuperato solo per la panchina. A complicare ulteriormente il quadro, le assenze di Kabasele, fermato dal giudice sportivo, e di Jurgen Ekkelenkamp, costretto ad alzare bandiera bianca per una frattura al perone sinistro che mette anzitempo il punto sulla sua più che positiva stagione. Spazio dunque al rilancio del giovane centrale spalatino Branimir Mlacic in difesa, con i polacchi Pietrowski e Buksa chiamati rispettivamente a dare sostanza alla mediana e peso all’attacco.
La gara prende avvio su ritmi contenuti, nonostante le rispettive posizioni di classifica lasciassero immaginare una partita priva di eccessivi tatticismi. Bisogna attendere quasi dieci minuti per assistere al primo tiro verso la porta.
Palestra conferma tutte le buone impressioni destate finora, galoppando sulla fascia di competenza ed eludendo l’intervento di Solet; ottima la risposta di Okoye, bravo a ribattere da terra. Lo stesso portiere interviene con tempestività intorno alla mezz’ora su un’incursione laterale di Gaetano, nata da uno scambio con Esposito. Qualche minuto più tardi è necessario l’intervento del VAR per far ricredere Dionisi, il quale aveva inopinatamente assegnato un calcio di rigore per un tocco di mano di Karlstrom, giudicato alla fine dei conti né volontario né scomposto.
A dieci minuti dall’intervallo arriva l’unico tiro in porta da fuori area dei bianconeri, firmato Piotrowski – bravo nella circostanza Caprile – per una frazione di gara interpretata assai sottotono dai ragazzi di Kosta.
Alla ripresa era lecito attendersi un sussulto d’orgoglio, un incremento d’intensità che restituisse ritmo e significato a una gara fino a quel momento avara di emozioni. E il copione, finalmente, cambia volto. Dopo appena tre minuti Mlacic si erge a baluardo dei suoi, completando una prestazione di grande attenzione con un intervento prodigioso sulla linea, negando a Esposito la gioia del gol seppur da distanza ravvicinata. Anche Zaniolo, fino ad allora rimasto ai margini del gioco, comincia a lasciare tracce della propria presenza: l’attaccante colpisce il palo con una conclusione dalla distanza su suggerimento di Buska, anch’egli apparso a lungo intermittente e privo di spunti.
Che la formazione di Runjaic stesse lentamente emergendo dalle nebbie del torpore si manifesta con chiarezza al 56’. L’attaccante polacco, spesso bersaglio delle critiche della tifoseria, si concede una rivincita dal sapore liberatorio firmando un gol da autentico rapace d’area, risoluto e istintivo. L’azione nasce soprattutto dalla lucidità di Solet, abile nel disegnare un filtrante che libera Kamara e coglie impreparato un Palestra apparso distratto; poi è il laterale ivoriano a rifinire l’opera con un tocco misurato e preciso, trasformato in assist perfetto per il tap-in vincente.
A quel punto il Cagliari prova inevitabilmente a gettare il cuore oltre l’ostacolo, aggrappandosi con ostinazione alla ricerca di quel punto che profuma di salvezza. Ma ogni assalto si infrange contro la resistenza friulana: prima Karlström salva sulla linea il colpo di testa di Dossena, poi Bertola, finalmente tornato ai livelli solidi e autorevoli di inizio stagione, mura con personalità con una serie di ribattute, le residue speranze rossoblù.
Eppure, nel momento di maggiore pressione sarda, è l’Udinese a dare la sensazione di poter colpire ancora. L’ingresso di Davis all’ora di gioco cambia l’inerzia offensiva della squadra di Runjaic, con ripartenze feroci: l’attaccante di Revenage diventa un rebus irrisolvibile, un corpo estraneo dentro la retroguardia isolana. La sua strapotenza atletica e la capacità di attaccare gli spazi (leggermente diversa da quella offerta da Buksa), costringono i difensori del Cagliari a rincorse affannose e spesso improduttive.
Nel nervosismo crescente delle fasi finali, affiorano anche momenti di forte tensione, con presunti insulti a sfondo razzista rivolti proprio a Davis – molto irretito dall’accaduto – episodi ancora tutti da verificare e accertare, ma che gettano un’ombra amara all’interno di una sfida nella ripresa intensa e combattuta, come giusto che sia.
Cinque minuti di sospensione, necessari per verificare eventuali episodi dai contenuti stigmatizzabili, finiscono per dilatare ulteriormente una gara già destinata ad un recupero consistente. Ed é proprio in quel extra-time che l’Udinese trova il sigillo definitivo, trasformando il finale in un manifesto quasi trionfale.
Le apprezzabilissime accelerazioni di Davis, fino a quel momento neutralizzate da un eccellente Caprile, lasciano finalmente un’impronta indelebile al 96’. L’ennesima progressione dell’attaccante inglese lacera la retroguardia sarda e culmina in un cross perfetto per Gueye, bravo a presentarsi puntuale all’appuntamento col gol e a depositare in rete il pallone del 2-0. Una rete che potrebbe valere molto anche sul piano personale per il giovane francese, ex Metz, al primo centro in Serie A: un “evento” che potrebbe rappresentare molto più di una semplice statistica, ma l’inizio di una nuova consapevolezza. La stoffa c’è, l’età pure.
Il risultato finale certifica così una sfida cominciata sottotraccia e chiusa invece in crescendo dall’Udinese, capace di imporsi pur con un possesso palla fermo al 37%. Un dato che ricorda, semmai ce ne fosse bisogno, come il dominio non coincida sempre con il controllo sterile del pallone. Quando una squadra può permettersi talento, strappi e qualità individuali come quelle garantite da Solet, Atta, Zaniolo e Davis – soprattutto se sostenute da una condizione atletica e mentale brillante – allora il potenziale diventa qualcosa di estremamente concreto.
Le fondamenta per iniziare a pensare in grande, oggi, sembrano esistere davvero. Guai però a confondere l’entusiasmo con l’illusione: nessuno può sapere quanti degli interpreti attuali abbiano realmente intenzione di far parte di un progetto che, forse, è ancora in costruzione, o magari vive soltanto nella visione romantica di chi continua ostinatamente a credere in un futuro diverso, migliore. Eppure una certezza c’è: questo “giocattolo”, guidato con mano sempre più sicura dal proprio nocchiere, non solo funziona, ma lascia intravedere margini di miglioramento tutt’altro che trascurabili.
Lo avevamo scritto e sostenuto più volte nel corso della stagione: questo organico possiede potenzialmente qualità sufficienti per abbattere il muro dei 50 punti, e così é stato, collocandosi senza difficoltà in una fascia compresa tra i 52 e i 55. Alla luce dei fatti, quella valutazione non appare affatto lontana dalla realtà, tutt’altro.
Ed è forse proprio da qui che nasce, più che un rimpianto, una rinnovata consapevolezza. Perché viene spontaneo domandarsi dove avrebbe potuto spingersi questa squadra se avesse potuto contare appieno sulla disponibilità, fisica e, talvolta mentale, dei propri uomini simbolo.
Le assenze prolungate di Okoye, Solet, Kristensen, Zaniolo, Zanoli, Atta e Davis hanno inevitabilmente condizionato il cammino della stagione, interrompendo ritmo, automatismi e slancio proprio nei momenti in cui l’Udinese sembrava pronta a compiere un ulteriore salto di qualità.
Eppure, nonostante tutto, il gruppo ha saputo costruire identità, carattere e risultati capaci di riaccendere entusiasmo e prospettive.
Per questo motivo il finale di stagione non deve essere letto soltanto attraverso ciò che è mancato, ma soprattutto attraverso ciò che questa squadra ha dimostrato di poter diventare. Se davvero il club intende tornare a respirare l’atmosfera e il prestigio del palcoscenico europeo, allora questo è il momento di dare continuità alle ambizioni, trasformando le intuizioni in progettualità concreta. Le basi, oggi più che mai, sembrano esserci tutte.
AM