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De Paul: "Adesso mi sento un leader, mi piace questo tipo di pressione"

Il bianconero a 'La Nacion': "Perché dovrei cambiare squadra? Sono immensamente felice a Udine"

De Paul:   Adesso mi sento un leader, mi piace questo tipo di pressione

Rodrigo De Paul ha rilasciato una lunga intervista al quotidiano argentino 'La Nacion'. Intervista che è stata ripresa dal sito ufficiale dell'Udinese, udinese.it. Eccola:

"Oggi, De Paul è uno di quelli che corre nel campo dell’AFA, a Ezeiza, prima di giocare con la nazionale contro il Paraguay alla Bombonera. È un volto già noto: ha giocato 19 partite con la nazionale, tutte negli ultimi due anni. È arrivato lunedì da Udine, luogo che ha raggiunto quattro anni e mezzo fa e di cui si è innamorato. È il trascinatore dell’Udinese, in una città di 100.000 abitanti che batte al ritmo del club. La Selección e l’Udinese sono due temi centrali nella vita del 26enne, che si identifica anche con il Racing, il club in cui ha iniziato a giocare a cinque anni e dove ha debuttato a 19. 

Nella vita di tutti i giorni, mia moglie e mia madre sono le due persone con cui parlo di più. A volte mi sento molto sotto pressione perché voglio che tutto vada bene: che ai miei fratelli non manchi nulla, crescere con la Nazionale, che l’Udinese migliori. E la situazione può essere travolgente. Così mi affido a mia moglie, che mi aiuta a liberare la testa, e a mia madre, che si prende cura di tutta la famiglia in Argentina

Essere un professionista mi rende felice. Tutto quello che ho ottenuto nella mia vita calcistica è stato essere un professionista. In termini di allenamento, cibo, riposo. Per questo motivo sono diventato un giocatore importante in Nazionale. So che essere diventato il 10 dell’Udinese non è come esserlo del PSG. Se giochi male, può esserci una svalutazione, magari da parte di persone che non sono preparate: “Normale, De Paul non gioca per l’Elite, gioca per l’Udinese”. Ma perché dovrei cambiare? Sono immensamente felice per le cose che ho realizzato, vedendo da dove vengo, la famiglia che ho formato. Fare il calciatore è un lavoro per due: posso esserlo grazie alla donna che mi sta accanto. Forte, che mi accompagna, che capisce i tempi del calciatore. Siamo insieme da 11 anni. So che nessuno di quelli che mi stanno intorno, lo fa per interesse: ho amici da quando avevo tre o quattro anni. È una cerchia molto stretta. È un momento di grande felicità e a volte spaventa un po’, perché ti fa pensare che potrebbe arrivarne uno brutto. Ma bisogna goderselo e basta. Vado sempre avanti, tengo tutto dentro e vado avanti.

I leader non hanno bisogno di gridare per essere ascoltati. Danno l’esempio, mettono la faccia per i compagni. Con il tempo, con gli anni, sono diventato un leader. Mi piace questo tipo di pressione, queste responsabilità. Io vivo per il calcio, mi piace allenarmi e cerco di convincere anche i miei compagni di fare il loro meglio perché sono convinto che si giochi come ci si allena. I leader devono soddisfare determinati requisiti, mi sento preparato e so che i miei compagni di squadra mi vedono in questo modo. Mi prendo questa responsabilità, anche se ci sono momenti in cui non è facile, ci sono altre cose in testa, tutti abbiamo una vita. Ma non mi pesa.

Cerco di non nascondermi nei momenti bui. Mi concentro su ciò che va fatto giorno per giorno. Vado in palestra un’ora prima dell’allenamento, accendo la musica, salgo sul tapis roulant e corro. Questo mi purifica, in un’ora sono di nuovo in asse. Mi riunisco agli altri e sono pronto a spingere. In Nazionale sto cercando di essere un esempio, di aiutare. Non si decide di essere un leader, non si sceglie. Ci sono molte sfumature che ti portano a questo. Sono sempre stato uno a cui piaceva parlare sul campo, allenarsi ad alta intensità. Da questa parte, si può dire a un compagno di squadra “Dai, entra, questa è la nazionale” oppure “Dai, stai giocando in Serie A”. Poi quando accumuli partite, esperienze, è più facile arrivare in quella posizione. Mi piace essere un leader, interpretare quel ruolo.

Sono passati quasi sette anni da quando ho lasciato l’Argentina. A quei tempi il Racing non aveva un posto dove mangiare o un nutrizionista. Uscivi dall’allenamento e andavi a mangiare con qualcuno prendendo una Coca-Cola. Con il tempo si vuole migliorare, e il contesto aiuta. All’Udinese ho incontrato un ottimo nutrizionista che non mi ha imposto di mangiare questo o quello, si è seduto con me e mi ha spiegato il perché. Perché è importante non mangiare zuccheri o perché è importante mangiare carboidrati il giorno prima della partita. Questo mi dava diverse soluzioni in campo. Ovviamente non giochi meglio perché mangi meglio, è una stupidaggine. Ma mangiare bene, fa affaticare meno e questo libera la testa per prendere le decisioni migliori. TI aiuta a riprendere più velocemente da una partita con l’altra, meno infortuni. Se aprite il frigorifero di casa mia, vi rendete conto che non è molto divertente: c’è molta frutta, verdura, pane integrale, frutta secca.

All’Udinese Tucu Pereyra è come un fratello per me, ma quando ci alleniamo non ci si può rilassare. A volte mi accusa: “Sei un’altra persona, sei pazzo”, dice. Sa che se lo devo rimproverare, lo farò. Lo capisce. Ora c’è Nahuel Molina, mi è vicino perché gioca a destra e lo faccio impazzire. Ma quando l’allenamento finisce, stiamo lì a bere mate. Sanno che ho un ruolo in campo. E alla fine, c’è un momento per tutto.

Qui abbiamo le cose che ci rendono felici. Non abbiamo bisogno di molto. Questa città ci ha accolti fin dal primo giorno, qui siamo diventati genitori. Sembra una cosa piccola, ma per me è molto importante il modo in cui l’ospedale di questa città ha trattato mia moglie e mia figlia. Abbiamo il nostro ristorante, dove passiamo il Natale, i nostri posti per passeggiare, anche mia moglie ha la sua routine. Il club mi ha fatto sentire importante fin dall’inizio, regalandomi una maglietta simbolica per l’Udinese. Mi ha permesso di giocare per la nazionale, di giocare la Copa America al fianco del miglior giocatore della storia. Queste cose creano legami difficili da rompere, sarebbe molto difficile un posto comodo come lo sono qui. Mi piacciono le sfide, mi piace crescere. Voglio giocare di nuovo la Champions League, voglio giocare un Mondiale. Mi preparo ogni giorno per questo, quindi non so cosa può succedere in futuro.

Non so se c’è qualcosa di più difficile che giocare le qualificazioni in Sud America. Ci sono migliaia di cose che condizionano, a partire dal fatto che non c’è tempo, si arriva e si gioca. Battere l’Ecuador è stato molto positivo dopo un anno senza vederci".

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