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Udine, passione da riconsolidare in un calcio sempre più staccato della gente

In Friuli, a differenza di altri posti, però si può ricreare un certo ambiente familiare

Udine, passione da  riconsolidare in  un calcio sempre più staccato della gente

Parlando qua e là, tra chi vive quotidianamente da tanti anni il ritiro di Arta, c’è una considerazione che non passa inosservata: il calcio è cambiato. Va bene, è la scoperta dell’acqua calda, ma l’amarezza con cui questa frase viene detta da chi assiste da vicino le vicissitudini bianconere non può non essere presa in considerazione.

In primo luogo quello che salta agli occhi è il ‘distacco’ che i giocatori denotano: troppe regole ferree , i tifosi sono accettati per autografi e foto ricordo, ma se qualcuno azzardasse una grigliata e li invitasse la risposta dovrebbe passare per una serie di accettazioni burocratiche che fanno invidia alle paludi di Montecitorio.

IL distacco non può che creare poca passione, altra considerazione. Una volta, ricordano, la gente era rumorosa, festante. Oggi tutti appaiono come semplici spettatori.

Per fortuna esiste qualche Mohicano la cui passione non è mai venuta meno, ma la maggior parte della tifoseria, formata da gente che superato una certa età (non necessariamente vecchi, ovviamente, ma semplicemente adulti), vive il tutto con la parola ‘tifo’ che è vaga come ‘fede’ per i religiosi.

Vaga, ma simile: si ha fiducia più che convinzione. Si accetta tutto, perfino che un calciatore non saluti perché preso da chissà quali pensieri. Si accetta il mercato, si accetta tutto.

Si accetta, più genericamente, che il calcio italiano stia perdendo la sua anima. Non mancano i bambini che, come noi che abbiamo superato gli ‘anta’, si inventano partite con lattine a fare da porta e un pallone squattrinato da calcire. Il divertimento è quello, immedesimandosi in campioni immaginari. Purtroppo oggi mancano gli esempi: Escludendo Di Natale e i senatori a Udine, escludendo qualche mosca bianca (e nera), la maggior parte degli idoli infantili sono professionisti che pensano a tutto tranne che al loro passato quando anche loro giocavano su campi impoveriti e assolati, ma senza pretese, solo con la speranza che il loro piede, la loro tecnica, prima o poi faccia la differenza.

Manca l’anima, e il calcio italiano è la dimostrazione che senza questa nessuna nazionale, ma nemmeno nessun club può competere davvero con il resto d’Europa.

Non prendiamo un modello piuttosto che un altro, diciamo solo che la passione altrove si percepisce, e non è una questione di stranieri o giocatori autoctoni. E’ una questione di attaccamento che nasce da gesti quotidiani, amore che va al di là della partita e si stacca da una tastiera, una fede (o tifo) che diventa certezza. 

Fa specie quano si legge che c’è qualche tifoso che si fa seppellire vicino allo stadio della sua squadra e vengono ancora i brividi pensando a quel tifoso olandese che un giorno prima di morire di tumore ha voluto salutare dal campo i suoi beniamini.

Sono piccole grandi storie, distanti anni luce da accoltellamenti e un calcio fatto di business prima che di rispetto per la gente, che è il nervo portante di tutto il baracone.

Pensateci: gli stadi inglesi per lo più non sono nuovi, ma ristrutturati, eppure sono pieni. Non serve il gioiello per creare vicinanza. Serve altro.

L’Udinese dovrebbe avere la forza di ridare i suoi giocatori alla loro gente. Qui l’attaccamento nasce soprattutto da piccole cose: una serata insieme senza regole imposte, una uscita a bere un bicchiere di ‘Friulano’ con la gente che ti offre una salsiccia alla griglia (ovviamente qualcuno è obbligato a rifiutarla). Insomma quei famosi anni ’70 e ’80, ma anche quelli di Zac sono così lontani? allora tutto questo c’era.

Non sono di certo mancati i risultati a causa di questa mancanza, anzi, ma forse riuscire a coniugare di nuovo l’anima del calcio ai calciatori aiuterebbe a dare qualcosa in più, quella passione che deve diventare la forza dell’Udinese e che ancora manca.

Gli stranieri soprattuto hanno una responsabilità in questo e visto che sono la maggioranza il problema si amplifica. Ma è risolvibile: ‘basta poco, che ce vo’, diceva una pubblicità. Oggi per ridare al calcio un’anima serve poco: una dirigenza fatta da chi ha giocato davvero a pallone (Albertini è un nome importante, Tavecchio fa pensare a ‘nome nomen’), serve coraggio nel cambiare alcune regole a partire dai vivai, fino alla ristrutturazione della ‘A’. Ma serve coraggio e serve che la Lega, sempre più potente, venga ridimensionata.

I club ci staranno? Devono farlo, altrimenti si guarderà all’estero sempre con invidia, perché sono i compromessi e il parlarsi tra persone intelligenti che risolve i problemi e accorcia le distanze, anche quando questioni economiche o presunte guerre sembrano dover dividere tutto e tutti.

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