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La leggenda del re pescatore

La morte di Williams ha stravolto molti: in alcune sue battute la verità (presunta) sulla forza di poter continuare a sognare

La leggenda del re pescatore

“Case closed”, caso chiuso. Sembra la classica frase di un film poliziesco hollywoodiano. In parte lo è, visto che riguarda Robin Williams, trovato morto impiccato.

Le parole già ieri si sono sprecate. Oggi, qui, su un giornale sportivo vogliamo ricordarlo per quello che è stato: oltre a un genio e sregolatezza, è anche vittima di quella subdola, infida, mietitrice malattia che si chiama depressione.

Che dipenda da motivi vari è indubbio, che qualcosa nell’innato spirito di sopravvivenza che distingue l’uomo si inceppi, è altrettanto vero. Se un medico, psicologo, genetista o psichiatra che sia, trovasse il perché quel male incurabile diventa così profondo che quella parte del cervello che ti porta sempre a lottare smetta di funzionare, vincerebbe un Nobel senza dubbio.

La depressione è la peste del secolo, si diffonde perché a ogni caso eclatante se ne aggiungono altri anonimi, ma uniti da un filo comune. Quando uno cede è come se desse forza a chi sta per cedere. 

Qualche saccente sociologo dice che sono i più deboli a soccombere. Ma cos’è la debolezza? Essere sconfitti dalla vita, anche se apparentemente di successo? Oppure non trovare più stimoli, come capita a qualche vecchio seduto su una panchina, che dopo 80 anni di vita aspetta guardando le foglie cadere in autunno.

Picasso era solito sostenere che ‘nel mondo tutto esiste in quantità limitata, specialmente la felicità’.

E la felicità è una sola cosa: per ognuno è diversa. Un vecchio poeta greco diceva che per qualcuno è ottenere un impero, per altri una flotta di navi, per altri uno di re. Per qualcuno solo la persona che si ama’. Poi andava avanti, ma la sostanza è che non esiste una felicità, esiste una cosa che ognuno vuole. Certo, sperare di divenire astronauta e deprimersi se non ci riesci è una cosa, ma cercare una cosa normale e non ottenerla o ancor peggio perderla rischia di farti cadere nel baratro. Il nostro capitano ha mollato. Nel film di Peter Wier, Williams insegnava ai ragazzi che ‘Venite amici, che non è tardi per scoprire un nuovo mondo. Io vi propongo di andare più in là dell'orizzonte, e se anche non abbiamo l'energia, che in giorni lontani mosse la terra e il cielo, siamo ancora gli stessi, unica ed eguale tempra d'eroici cuori, indeboliti forse dal fato, ma con ancora la voglia di combattere, di cercare, di trovare e di non cedere”.

Già guardare avanti, sempre: trovare ogni giorno un motivo per superarsi e stupire sé stessi più che gli altri. 

Spesso ricordo che all’università la prima lezione di psicologia cominciò con una domanda: “che cos’è un confine?”. Nessuno ha risposto per quello che è realmente: ovvero una convenzione, e le convenzioni le fanno gli uomini tra di loro per mantenere lo status quo oppure per paura di guardare oltre o semplicemente perché chi si accontenta gode. 

Può darsi che abbiano ragione, che il mal di vivere venga celato da queste convenzioni. 

Ma chi si ribella chi sa che “solo nei sogni gli uomini sono davvero liberi, è da sempre così e così sarà per sempre”, bè allora ha voglia di lottare.

E scappare, a volte è l’unico modo per rimanere vivi e continuare a sognare (H. Laborit). Perché scappando si possono battere quelle rotte che i cargo commerciali non ti fanno vedere e, a volte, raramente, può capitare di approdare nell’isola che non c’è.

E’ lì che speriamo Peter Pan, altra grande interpretazione di Williams, sia approdato.

E’ lì che nella vita di tutti i giorni vorremmo che si provasse ad arrivare.

Nella vita e nel calcio che continuiamo a sostenere sia specchio di questo pazzo inspiegabile dono che Gaia ci ha regalato o inflitto.

Per questo diciamo ai nostri lettori, ma a tutti quelli che vogliono sperare che sognare non costa nulla e quando smetti di farlo ti adatti alle convenzioni e quando fai questo e magari perdi quell’unica cosa per la quale vale la pena vivere, alla fine ti arrendi.

Non è una sconfitta di chi ci lascia, è una sconfitta di un mondo che come sosteneva un altro grande psicologo, Maslow, è basato su una piramide. In psicologia il bisogno è la mancanza totale o parziale di uno o più elementi che costituiscono il benessere della persona. Questa spinta non è necessariamente una motivazione sufficiente per agire, d'altro canto esistono pulsioni ad agire che non trovano la loro origine in uno stato di carenza. Il bisogno in senso psicologico non è sovrapponibile sempre a quello psicofisiologico (come ad esempio nei casi di dipendenza psicologica da stupefacente che non danno dipendenza fisica).

Per questo ha elaborato una piramide, la cosiddetta ‘piramide di Maslow’, appunto. Basata su pochi punti:

  1. Fisiologia, ovvero i bisogni primari come mangiare, bere, avere un tetto.
  2. Sicurezza, ovvero avere la possibilità di dare certezza e costruirsi una famiglia.
  3. Appartenenza, ovvero riuscire a entrare in un circolo sociale.
  4. Stima, verso sé stessi e rispetto reciproco
  5. Autorealizzazione, ovvero dopo aver pensato a sé si è propensi a dedicarsi agli altri. 

E, forse arrivando fin  qui, trovare la felicità. Ma le convenzioni sociali ti impongono a fermarti al massimo al quarto punto. Vale per tutti. E per tutti, tifosi compresi, è per questo che invitiamo a cercare sempre un sogno da seguire con forza perché è la cosa che forse manca.

 

Chiudiamo con una dedica speciale, una piccola grande battuta, una storia narrata  ne ‘La leggenda del re oescatore’ del grande Terry  Gilliam.

La conosci la storia del Re Pescatore? Comincia col re da ragazzo, che doveva passare la notte nella foresta per dimostrare il suo coraggio e diventare re, e mentre passa la notte da solo è visitato da una visione sacra: nel fuoco del bivacco gli appare il Santo Graal, simbolo della grazia divina, e una voce dice al ragazzo: "Tu custodirai il Graal onde possa guarire il cuore degli uomini!". Ma il ragazzo accecato dalla visione di una vita piena di potere, di gloria, di bellezza, in uno stato di completo stupore, si sentì per un attimo non un ragazzo, ma onnipotente come Dio, allungò la mano per prendere il Graal e il Graal svanì, lasciandogli la mano tremendamente ustionata dal fuoco. E mentre il ragazzo cresceva, la ferita si approfondiva, finché un giorno la vita per lui non ebbe più scopo, non aveva più fede in nessuno, neanche in sé stesso, non poteva amare ne sentirsi amato, era ammalato di troppa esperienza, e cominciò a morire. Un giorno un giullare entrò al castello e trovò il re da solo, ed essendo un semplice di spirito egli non vide il re, vide soltanto un uomo solo e sofferente, e chiese al re: "Che ti addolora amico?" e il re gli rispose: "Ho sete e vorrei un po' d'acqua per rinfrescarmi la gola". Allora il giullare prese una tazza che era accanto al letto, la riempì d'acqua e la porse al re, ed il re cominciando a bere si rese conto che la piaga si era rimarginata. Si guardò le mani e vide che c'era il Santo Graal, quello che aveva cercato per tutta la vita. Si volse al giullare e chiese stupito: "Come hai potuto trovare tu quello che i miei valorosi cavalieri mai hanno trovato?" e il giullare rispose: "Io non lo so, sapevo solo che avevi sete".

 

 

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