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Felici e scontenti

Il finale della fiaba potrebbe essere paradossale.

Felici e scontenti

Nelle favole che vi raccontavano quando eravate piccoli, tutto finiva con un delizioso e consolante “e vissero felici e contenti”.

A Udine, dove la favola bianconera è stata spesso citata da notevoli giornalisti, attualmente il finale sembra che debba essere scritto in maniera diversa. Piccole sfumature di grigio, sembrerebbe, eppure la verità sta proprio lì, a portata di vista. In Friuli si vive bene, talmente bene che anche di sera a qualcuno piace godersi i piaceri di una vita agiata, fatta di lustrini, riflettori e soldi (tanti, per molti troppi). In Friuli gli ingaggi non sono enormi, ma la tranquilla e paciosa città consente di vivere senza stress: non c’è paragone con altre realtà, anche delle stesse ambizioni. In Friuli il club ha cercato di costruire uno staff che va dal podologo al nutrizionista, passando per lo psicologo e via dicendo. Cuochi ad hoc, ricette misurate per l’alimentazione di un atleta (che, magari, si lascia andare a qualche gola di un ‘sano’ McDonald), il tutto cercando di costruire un gruppo.

La felicità dovrebbe essere di casa, invece si scopre che il malcontento serpeggia infido, viscido, come un serpente tra gli arbusti. Frutto del peccato, si dice in questi casi.

Il peccato originale, da tempo lo si sostiene, è che Udine è vista sempre come trampolino di lancio:  alla faccia del sesto posto nell’anno solare, di un quarto, un terzo, un quinto posto consecutivi, di un quinto posto negli ultimi 10 anni. Per spiegare come mai vada così non servono grossi cervelli: è il mondo (del calcio) che gira in questa maniera. Superficiale e disattenta ai principi dello sport, disattenta soprattutto alla passione dei tifosi, che a Udine più che altrove vanno nutriti, più che di ristoranti di voglia di emergere. Strano popolo quello che arriva dai Ladini: forte e fiero come un monsone, si fa piegare, ma non si spezza, e quando si rialza è sempre con più rabbia e voglia di ricominciare di prima. Il carattere è questo, e il tifoso chiede questo: dalla squadra in primis e dal club. E’ molto pretenzioso, è vero, ma è dall’ambizione che nasce la spinta per esigere.

Si scontra però con giovani che, di quando in quando, stentano. Scontenti perché giocano poco, chiunque lo sarebbe, perché presi poco in considerazione, perché se trampolino dev’essere, allora deve oscillare, non rimanere fermo.

Scontenti perché in una realtà come Udine o vai bene e tutto fila liscio, oppure le piccolezze umane emergono impetuose, e non bastano dichiarazioni di rito per ammortizzarle.

Il caso Lopez è emblematico: la verità dove sta? Nel fatto che il procuratore faccia il suo mestiere (piaccia o meno), che il giocatore sia d’accordo, magari pompato proprio dall’agente, che - invece - ci siano state davvero promesse non mantenute?

Difficile dirlo, non è l’unico caso, non lo sarà nel calcio.

Intanto ci sono anche i felici: strano ma vero, di questi tempi, ma qualcuno è davvero appagato, sazio o, ancor peggio, demotivato e anagraficamente impossibilitato a scegliere di meglio.

In mezzo ci sta Guidolin, che passa dalla fierezza nel sentirsi condottiero della squadra della città che ama, fino alla depressione per la tensione che il ruolo comporta. E’ rimasto, ma il suo rapporto con l’ambiente non è oggi uguale a quello di un anno fa. 

Chissà lui, come molti giocatori in questa annata storta, non fanno altro che ambire al finale della favola. Gotica e piena di humor (bianco) nero, a essere onesti. Una favola che rischia di finire con “e tutti vissero felici e scontenti”…

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