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Bruce Grobbelaar: vi racconto il mio Heysel

La tragedia rivista dall'ex portiere del Liverpool

Bruce Grobbelaar: vi racconto il mio Heysel

Non aveva certamente l'eleganza di Ray Clemence di cui fu secondo appena arrivato al Liverpool nel 1981 ma forse ha trovato il proprio erede tra i portieri che hanno sorvegliato i pali di Anfield nel corso degli anni in David James e nella goffezza dei suoi movimenti e nell'artigianalità con la quale incarnava il ruolo di estremo difensore. Stiamo parlando di Bruce David Grobbelaar che fu sicuramente uno dei personaggi più significativi nel calcio degli anni 80 non solo in Inghilterra.

Prima dei rigori che dovevano battersi allo stadio Olimpico per l'assegnazione della Coppa Campioni 1984 l'allora allenatore dei Reds Joe Fagan conoscendolo bene gli disse solo qualche parola:" tranquillo nessuno si attende nulla da te, se ti segnano un gol non te ne faremo una colpa". Quelle parole svuotarono la mente di Grobbelaar da mille responsabilità e il suo genio immediato gli diede l'input per inventarsi le "Spaghetti legs" che mandarono su tutte le furie i rigoristi giallorossi e regalarono il quarto sigillo ai Reds.

Ora Grobbelaar è tornato a parlare in occasione del ricordo della strage del Heysel e lo ha fatto secondo noi scoperchiando una pentola che non era ancora stata toccata forse per interessi e forse per convenienza soprattutto da quella stampa e da quegli scrittori che hanno sempre voluto vedere le cose da una parte sola imputando ai sostenitori del Liverpool la parte più significativa della colpa che poi tutto il calcio inglese scontò, a parere nostro, forse anche troppo a caro prezzo. Le parole di Grobbelaar sono importanti perchè non basate sul pregiudizio ma ponderate da una persona che ha vissuto sulla propria pelle non solo la serata dell'Heysel ma anche gli anni Ottanta e l'alone di odio e invidia che la squadra di Anfield aveva in patria e soprattutto nella capitale inglese per i propri successi calcistici, per il proprio gioco elegante e, dal punto di vista sociale, per la sua connaturata voglia di sentirsi sempre e comunque "parte altra" dal resto dell'Inghilterra. Inoltre lui stesso ha toccato con mano quello che significava essere odiato e discriminato sin da quando in Sudafrica era stato lasciato quasi sempre in panchina perchè bianco in una squadra formata tutta o quasi da gente di colore.

Le parole di Grobbelaar si diceva, sono significative e andrebbero coltivate per poter, forse un giorno, fare più luce di quella che si è voluto fare o non fare, sui fatti accaduti allo stadio di Bruxelles, perchè tirano in ballo un elemento che andrebbe a scagionare in parte le accuse che sono state immediatamente mosse e continuano ad essere mosse ai sostenitori arrivati da Liverpool: l'estrema destra londinese o come si chiama in patria il National Front.

In una recente intervista a Repubblica.it, Bruce Grobbelaar ha ammesso:"Ho cercato la verità. Non furono autentici tifosi del Liverpool a causare la tragedia. Molti avevano trascorso la mattinata con quelli della Juve, giocando a calcio per le strade, andando a bere una birra insieme. Non posso credere che l’atmosfera sia cambiata allo stadio. Io credo a un’altra cosa. Liverpool era odiata, c’era invidia per i suoi successi nel calcio. Mia suocera era venuta alla partita, si era imbarcata con un traghetto. Anche mia madre era lì. Per la prima volta si muoveva dal Sudafrica per la finale: la chiami, confermerà tutto. Mia suocera mi raccontò che all'imbarco c’erano dei tipi che distribuivano volantini su cui c’era scritto che sarebbe stata l’ultima partita in Europa del Liverpool. Avevano le braccia tatuate con gli stemmi di alcune squadre di Londra. Erano del National Front, l’estrema destra. Ho provato a indagare. Sono stato diverse volte a Londra, nei locali del National Front cercando di agganciare qualcuno che sapesse qualcosa. Ho provato a prendere informazioni, avevo un amico poliziotto. Ma non sono riuscito ad arrivare alle prove. Né io né altri".

Proprio questo clima di omertà su qualcosa che avrebbe dovuto essere subito portato alla luce condito da prese di responsabilità di tutti i protagonisti della serata sopratutto di chi aveva scelto un impianto fatiscente per ospitare una così importante manifestazione sportiva con un seguito così nutrito di tifosi dalle due parti, ha creato negli stessi protagonisti sportivi sentimenti contrastanti e sono proprio e ancora le ultime parole di Grobbelaar a testimoniare il fatto che una strage di vite umane in tutti i campi della vita terrena ha la stessa valenza per l'inconscio umano: scrive qualcosa sul foglio bianco della memoria che prima o poi deve essere cancellato attraverso la coscienza di chi sa e di chi è stato protagonista dei fatti altrimenti si finisce per vivere l'eterno incubo della colpa.

Così continua Grobbelaar che ora vive in Canada: "ogni uomo dovrebbe tornare nei luoghi dei suoi orrori, fare i conti con i demoni, liberarsene. Sono tornato nei posti in cui ho fatto la guerra, in Mozambico, in Zimbabwe, in Sudafrica. E sono tornato all'Heysel. C'è una targa, una data, i nomi delle vittime. Non mi pare abbastanza, forse il Belgio potrebbe fare qualcosa in più per le famiglie degli italiani. Così come sarebbe splendido se Juve e Liverpool giocassero una partita ogni anno, per sempre. Per sentirsi uniti da quella tragedia. Sono passati trent'anni, all'epoca la nascita di mia figlia mi aiutò, ora ho questo bel lavoro in Canada. Gli incubi sono finiti. Adesso sono in pace".

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