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A tutto Guidolin: potevo tornare. L'avrei fatto e lo farei anche adesso, se mi chiamassero Gino o Gianpaolo Pozzo

Il mister di Castelfranco Veneto a Telefriuli

A tutto Guidolin: potevo tornare. L\u0027avrei fatto e lo farei anche adesso, se mi chiamassero Gino o Gianpaolo Pozzo

Aspettando il 2020, Telefriuli ha ripercorso i dieci anni più recenti dell’Udinese, che ha avuto fra i suoi assoluti protagonisti il mister Francesco Guidolin. E proprio con il tecnico di Castelfranco Veneto ha rievocato a 'BianconeroXXL' le vicende di questo decennio bianconero, di cui ha svelato particolari importanti, partendo da quella che possiamo definire un’altra sua città (Udine)..“Vale per me, che ho un po’ il carattere friulano, ma anche per la mia famiglia, mia moglie e i miei figli. In Friuli ci siamo trovati benissimo e Udine rievoca solamente ricordi belli.”

 Abbiamo rivissuto la festa Champions, al termine della quale lei ha detto “è stato meraviglioso farlo qui": “Avevo vissuto una prima stagione positiva a fine anni 90, portando la squadra dove l’avevo trovata, cioè in Europa; era quello il mio obiettivo. Pensavo di proseguire l’esperienza, ed invece è avvenuta la separazione. Ma probabilmente è stato ancora più bello poter realizzare il ricongiungimento nel 2010 e riuscire a portare l’Udinese in Champions League. Chi l’avrebbe detto che ci saremmo riusciti per 2 volte consecutive, con un quarto e un terzo posto. Sono stati anni meravigliosi che ricordo molto bene.”

Lei nel 2010 è ritornato, per la felicità della tifoseria, ma la partenza è stata negativa..“Nonostante le quattro sconfitte iniziali, io percepivo la fiducia della società e della gente; ricordo che i tifosi presenziarono in sala stampa nel giorno della presentazione di una delle gare che andarono male, per sostenermi. Il supporto del club è stato fondamentale. Mi conoscevano, mi hanno concesso tempo e fiducia e dopo la prima vittoria ha preso il via una cavalcata che non è durata 35 partite, ma quasi 4 anni."

Lei percepiva il potenziale della squadra? "Mi rendevo conto di avere tra le mani una squadra forte, perché avevamo lavorato bene nel pre-campionato, c’era sintonia, c’era unione, e nonostante la gioventù di ragazzi che si affacciavano per la prima volta alla Serie A, intuivo ci fossero qualità importanti. Per questo ho resistito ai risultati negativi. Nel calcio però non si può mai sapere.. Fortunatamente la società ha riconosciuto le prestazioni positive e mi ha concesso la riconferma."

Sono numerose le tappe importanti, a partire dal gol di Benatia contro il Cesena..“Nella fase conclusiva di una partita giocata con ansia dalla squadra, perché consapevole di dover vincere per risalire la classifica, attaccando sempre e costringendo il Cesena sulla difensiva, la rete di Medhi è stata decisiva. Non so cosa sarebbe successo altrimenti, perché eravamo già alla quinta giornata.. Il destino però ha voluto che ci fosse la zampata di Benatia, e da lì è cominciata la cavalcata.”

Altro momento storico la vittoria 7 a 0 contro il Palermo.“Io credo che nessuna squadra medio-piccola, sia riuscita ad ottenere nelle gare in trasferta i risultati conseguiti dall’Udinese nella stagione 2010/11. Forse solo l’Atalanta di questi tempi, che magari ha vinto qualche partita in più. Ma la supremazia dimostrata fuori casa dai bianconeri nel corso di quella stagione ha rappresentato un dominio quasi imbarazzante.”

Altro passaggio decisivo per il raggiungimento del quarto posto è stato Udinese-Lazio.“Siamo arrivati a quella sfida un po’ stanchi e con un carico di pressione non indifferente, perché non è facile giocare con continuità per l’altissima classifica. È stata una sfida bellissima, con Sanchez infortunato che è sceso ugualmente in campo, e con la squadra che è riuscita a vincere la partita chiave.”

Lei è più legato all’Udinese ereditata da Zaccheroni o a quella del 2010? “Professionalmente la prima all’Udinese è stata un’annata di grandissima soddisfazione, perché avevo ereditato una formazione che con Zaccheroni aveva fatto grandi cose ed era rimasta orfana di Helveg e Bierhoff, che rappresentava il vero regista della squadra. Noi abbiamo dovuto ricominciare dal “Pampa” Sosa, che era al primo anno in Serie A e quindi necessitava di integrarsi. Roberto ci ha dato una grossa mano, ma non è stato semplice e tanto meno scontato. È stata un’annata straordinaria anche considerando i consueti cambiamenti operati durante l’estate. Questo però non mi porta a percepirmi più legato a una Udinese; le sento tutte mie creature e ho ricordi bellissimi di tutti i ragazzi che hanno lavorato con me.”

È difficile scegliere l’emozione più grande, perché nel suo palmares può annoverare la Coppa delle Coppe disputata con il Vicenza, lo spareggio UEFA contro la Juventus, la Champions con l’Udinese..“..l’Europa con il Palermo, e con il Bologna, tre promozioni ottenute nei tre campionati disputati in Serie B. O sono stato fortunato, o qualche cosa di mio ce l’ho messo. È difficile scegliere.. Assieme al Palermo del 2006, l’Udinese del 2010 è stata la squadra più forte che ho allenato. Se avessimo potuto mantenere quel organico, l’anno successivo avremmo potuto lottare per vincere il campionato.”
L’anno successivo, 2011-12, il terzo posto: “L’anno successivo forse è stato il vero miracolo. Perché con le partenze di giocatori importanti come Sanchez ed Inler abbiamo perso un po’ di qualità, ma nonostante questo abbiamo cominciato a correre sin dalla prima partita con il Lecce e siamo arrivati terzi. Quello è stato il vero capolavoro. Uno dei ricordi più belli che conservo delle esperienze di Udine è legato al poter vivere con la certezza che i tifosi ci avrebbero atteso all’aeroporto al rientro dalle nostre clamorose vittorie in trasferta. Sapevo che alle 2/3 di notte ci avrebbero atteso in 50/100/200 persone. È stato entusiasmante, anche perché non è facile scaldare la tifoseria dell’Udinese, ma noi ci siamo riusciti.”

Perché lei è così amato dai tifosi dell’Udinese? “Soprattutto perché ho ottenuto dei buoni risultati, e in buona parte perché mi considerano uno di loro, racchiudendo nella mia personalità alcune caratteristiche del carattere dei friulani. Sono riservato, piuttosto schivo e credo che questo in 5 anni lo abbiano capito.”

Dopo il raggiungimento dei traguardi Champions e della qualificazione all’Europa League nel 2012/13, come si giunge alla chiusura del capitolo Udinese? "Dopo il 2012-13 arriva un campionato normale, accompagnato dalle solite difficoltà che maturano in seguito alla partenza di pedine importanti e all’arrivo di nuovi giovani da dover integrare. Un po’ di difficoltà nel girone d’andata. Forse se avessi pensato di dare fiducia Scuffet con qualche mese d’anticipo, avremmo totalizzato qualche punto in più. Nel girone di ritorno Simone ha portato un contributo importante, la squadra si è ripresa, e ha ottenuto una semifinale di Coppa Italia che non va trascurata. L’abbiamo giocata alla pari con la Fiorentina, avremmo potuto vincere e, come finalista, ottenere un ulteriore qualificazione europea. A quel punto sarebbe stato un 5 su 5, ma mi posso accontentare di un 4 su 5."

Come mai l’anno successivo Scuffet non è stato confermato portiere titolare? “Non lo so. Io non facevo più parte dello staff, ma pensavo che Simone venisse confermato titolare. Penso che questo, dal punto di vista del morale del ragazzo, così sensibile, abbia giocato un ruolo non positivo per lo sviluppo della sua carriera.”

Quei maledetti preliminari..“Ne ho persi diversi.. Probabilmente non fanno per me.. Ma l’importante è poter dire di esserci arrivati.”

Un preliminare con l’Arsenal e una partita strepitosa alla guida di una squadra che nessuno conosceva. “Non la conoscevo neanche io, perché ho fatto giocare ragazzi come Neuton che erano appena arrivati. Per avere la possibilità di superare il turno dovevamo fare un gol a Londra, o magari segnare il rigore di Totò Di Natale nella gara di ritorno; a quel punto sarebbe stata dura anche per l’Arsenal di Wenger.”

Forse è l’esito del secondo preliminare quello che brucia di più? “Assieme al 5 maggio 2002, quando alla guida del Bologna fallii la qualificazione alla Champions League, ritrovandomi a disputare i preliminari d’Intertoto, sicuramente ha rappresentato la delusione più cocente della mia carriera sportiva. Pensavo di dimettermi, perché per alcuni giorni non riuscivo a reagire. Sono stati bravi i ragazzi, perché hanno saputo voltare pagina prima di me, siamo ripartiti ed è andata bene.”

Andrea Ioime: Doveva tirarlo proprio Maicosuel quel rigore decisivo?“Non doveva tirarlo Maicosuel. Avevo preparato la lista con i ragazzi, e il prescelto era Danilo. Doveva calcarlo uno che ci aveva portato fino lì, uno che aveva fatto la storia di quella squadra, non un ragazzo giovane, appena arrivato, che doveva ancora capire cos’è Udine e cosa significasse quel rigore. Siccome Danilo non se la sentiva, abbiamo optato per un ragazzo che tecnicamente era bravo e che pensavamo ci potesse dare la garanzia di un altro tipo di esecuzione. Un rigore si può sbagliare, ma non così.”

Francesca Spangaro: Quali erano i segreti dello spogliatoio? Si parla di cene che lei realizzava con la squadra e che le permettevano di creare uno speciale rapporto con i giocatori. Al di là del lavoro del campo, come ha costruito i suoi successi?“Con tanti giocatori stranieri, di giovane età, provenienti da molto lontano, sentivo la necessità di creare calore intorno a loro. Allora avevo cominciato a chiamarne due alla volta a casa mia per fargli trascorrere una serata in casa, con il calore della famiglia. Sono venuti un po’ tutti nel corso delle settimane, e ritengo che questa fosse un’iniziativa che favorisse la conoscenza fra noi. Non è stata l’unica, infatti avevo domandato alla società di invitare le mogli e i figli dei giocatori a mangiare assieme nel nostro ristorante, che assieme a loro addobbavamo durante il periodo natalizio. Portavo i ragazzi al Parco del Cormor, oltre che richiedere un cambio di albergo per i ritiri, trasferendo la location in centro città per favorire le passeggiate e l’incontro con la gente di Udine. Penso che creare calore intorno alla squadra, comunione ed empatia con la città sia stata la cosa più importante che ho fatto.”

Francesca Spangaro ancora: Chi era il vero tramite tra lei e la squadra, che parlava ai ragazzi in mezzo al campo, e con il quale ha costruito un rapporto speciale? Di Natale è stato un leader tecnico, e rifermento importante per tutta la squadra; assieme a lui Domizzi, Pinzi, Handanovic, Inler, hanno contribuito a trasferire sul campo ciò che io comunicavo in spogliatoio.”

Matrecano chiede: Qual è stato il suo ruolo nella scelta della separazione?“Era già da inizio dell’ultima annata che esprimevo l’idea di voler interrompere l’attività da allenatore, perché stanco. Siccome la proprietà all’epoca gestiva 3 squadre (Udinese, Watford e Granada) avevo domandato che mi venisse ritagliato un ruolo da osservatore/consulente per le tre realtà, in modo da poter viaggiare tra questi 3 mondi, contribuendo con i miei consigli e la mia esperienza. Sembrava essere una soluzione, invece alla fine non se ne è fatto nulla. Desideravo concludere la mia carriera da tecnico, quanto meno in Italia, con l’Udinese e in seguito fare qualcosa di diverso, ma sempre per l’Udinese. Non si è verificata l’opportunità.”

Giacomini: Viste le condizioni in cui imperversa l’Udinese da 3 stagioni, mi sarei aspettato un tuo ritorno in Friuli per risollevare le sorti dell’Udinese.“Dopo la mia esperienza allo Swansea, nel 2016 sono stato cercato dalla società, ma non dalla persona giusta. Siccome la condivisione con la famiglia Pozzo è stata magnifica, se vi fosse stato da dover riannodare un filo, mi sarei aspettato un contatto diretto da parte di Gianpaolo o di Gino Pozzo. Così però non è stato. Mi ha contattato una persona della società, un amico tra l'altro, ma non uno di loro. Se mi avesse chiamato uno di loro sarei venuto a parlare, e la cosa vale ancora adesso..”

Guardando al presente, avrebbe lei una ricetta per portare l’attuale Udinese ai fasti di un tempo? “Non conosco la ricetta e non mi esprimo in tal senso, anche per rispetto nei confronti dei colleghi che stanno lavorando ed operando al fine di portare a compimento i progetti della società. Però bisogna pensare che l’Udinese tra le squadre medio-piccole è quella che ha fatto meglio di tutte, per risultati oltre che per i 25 anni di permanenza in Serie A, tuttavia bisogna anche aspettarsi dei periodi di difficoltà nei quali è necessario lavorare e lottare per cercare di salvarsi. La gente di Udine non è abituata a vivere tanti anni di questo tipo, perché è stata abituata bene, però non sono in grado di dire cosa sia mancato o cosa manchi ora, in quanto non conosco la realtà attuale.”

In futuro non si può mai dire.. Noi comunque ci auguriamo che l’Udinese torni ad essere quella vista con Guidolin e Di Natale, l’altro uomo del decennio: Le mie fortune partono dall’aver potuto lavorare con un giocatore che ti permetteva di partire spesso dall’1 a 0, perché faceva sempre gol. Inoltre erano gol di straordinaria bellezza, frutto di un fenomeno, che dal punto di vista tecnico rientrava tra i primissimi in assoluto. Parlava lo stesso linguaggio calcistico dei grandissimi. Ho avuto la fortuna di incrociare questo calciatore che ha fatto cose straordinarie per la squadra bianconera.”

Una battuta sul Pordenone: la sorprende il lavoro di Tesser e questa squadra che è seconda in Serie B“Quella di Attilio con il Pordenone è una bellissima storia, che riempie di soddisfazione, anche perché sorprendente e inattesa, ma fino a un certo punto, in quanto non si tratta di una partita vinta, ma di un bel pezzo di campionato durante il quale il Pordenone ha conseguito numerose vittorie. Auguro ad Attilio di continuare così e di arrivare più in alto possibile.“

Un augurio in occasione di queste festività? “Il Friuli, l’Udinese, la gente che ho conosciuto a Udine sono dentro al mio cuore, e invio a loro l’Augurio di Buone Feste.”

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